Un caffè con bellatrix74 alle ore 02:38
martedì, ottobre 06


Facebook ha una funzione sociale: ricordare a noi gggiovani che stiamo diventando vvvvecchi.



Sai che culo. Ho sempre sognato di diventare vecchia. Avevo solo sei anni e già chiedevo a mia mamma: «Mamma Mamma, ma quando è che divento vecchia? Dài ti prego, non vedo l'ora. Pensa mamma, esisterà Facebook e potremo sapere sempre tutto di tutti, e i compagni delle scuole medie avranno volti nuovi e nuove espressioni. E saremo tutti molto intelligenti e molto impegnati. Avremo una famiglia di cui mostrare le foto e il lavoro che ci dà tante soddisfazioni. E poi da vvvecchi avremo tanti soldi perchè avremo risparmiato tanto tanto e nessuno ci dirà più cosa dobbiamo fare. E poi, mammi', se esisterà Facebook di sicuro esisterà pure la cura per tutti gli acciacchi e, da vecchi, allora sì che saremo davvero gggiovani dentro e pieni di risorse».
Grazie a Facebook, la scorsa settimana ho cenato con i compagni di classe delle medie. Dopo 22 anni. Mio Dio. Nonostante le mie previsioni non sembravamo un gruppo di vvvecchi, anzi, ci sono rimasta pure male. Eravamo tutti molto molto uguali a come ci ritrae la foto di gruppo sotto la targa "3a A". Questo mi ha spiazzato. E' stato molto bello incontrarci tutti, dico sul serio, ma questa somiglianza tra le vecchie e le nuove facce è diventata un punto interrogativo gigante nella mia testa. La domanda è: perchè nei film, in tutti, nessuno escluso, nel passaggio dall'età scolastica a quella della perdita della ragione lo stesso personaggio è interpretato da attori diversi? Dopo 22 anni Elio ha ancora la faccia di Elio, Romina la faccia di Romina e persino io, uscita incolume dalla moda "stucco e parrucco" anni '80, ho ancora la mia faccia. Non poteva succedere che dopo essere stata Jennifer Connely diventavo Elizabeth Mc Govern, come in "C'era una volta in America"? E avrei detto a Noodles, con enorme soddisfazione: «Siamo due vecchi Noodles... ma poteva andarci peggio. Siamo pur sempre Elizabeth Mcgovern e Robert de Niro. Pensa che sfiga se fossimo diventati La Sora Lella e Danny de Vito (con tutto il rispetto)!»
 La cena della terza A 1986 non è stata altro che l'ennesima conferma alla teoria fondamentale di tutta la mia vita: nessuno cambia mai.
 
Questo è Silvio decisamente più di 22 anni fa.

I suoi compagni di classe delle medie, lo riconoscerebbero subito se lo cercassero adesso su Facebook. Anche lui ha sempre la solita faccia.
E purtroppo, nonostante l'impegno,  non è diventato Fonzie.
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Un caffè con bellatrix74 alle ore 13:05
mercoledì, agosto 20

Ecco due cose che ricordo di quando ero bambina, una piacevole una no.

Prima quella che detestavo: il gioco dell'anello. A scuola, qualche volta, la maestra ci faceva sedere in circolo, sceglieva uno di noi e gli consegnava tra le mani giunte il suo anello d'argento. Quello faceva il giro passando le mani tra le mani di ciascuno di noi  e sceglieva, senza farsene accorgere, a chi lasciare l'anello. Un altro, che non sedeva in cerchio doveva poi indovinare a chi era stato consegnato. Io vivevo quello scambio come un segno dell'ineluttabilità del destino. Mi faceva star male l'idea di non potermi ribellare alla consegna, se l'anello fosse toccato a me. Avrei dovuto restare lì, ferma, in silenzio e far finta di niente con quello che che spiava le nostre espressioni sperando che una smorfia avrebbe tradito il segreto! Terribile. Preferivo palla avvelenata, perchè lì si potevano schivare i colpi, correre via e fare le smorfie a chi ti tentava di tirarti addosso la palla.
Adesso il ricordo bello. Nei pomeriggi d'estate, prima del tramonto, mamma e zia annaffiavano il giardino  e strappavano le erbacce, lasciando sempre l'acqua del tubo un po' aperta, così si formava un fiumiciattolo in discesa al bordo del viale fino al cancello. Era luccicante per il sole e caldo per il contatto con i mattoni in porfido. Mi piaceva togliermi le scarpe e metterci i piedi dentro, attaccandoli uno dietro l'altro, camminando in equilibrio verso la fine le viale. Col sole appoggiato sulle spalle e l'aria che odorava di bagnato come quando piove in estate. Mi sentivo al riparo e in armonia con tutto quello che c'era intorno.
Non so bene perchè ti ho raccontato queste due cose, in questi giorni in cui per noi tutto è mischiato: il dolore del lutto, l'attesa per le nostre nozze, le notizie di nuovi nati, qualcuno che parte e qualcuno che torna. In questa vita le cose diverse possono stare tutte nella stessa storia. E' difficile adesso mettere insieme i pezzi del cuore. Poi, quando sarà ricomposto avrà di nuovo spazio per ogni cosa. Poi.

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Un caffè con bellatrix74 alle ore 12:30
lunedì, giugno 16

Che fine avrà fatto Alessia Rossi?

Seduta all'alba guardando nella mia tazza di caffè, ogni giorno ripeto questa domanda e mi concentro sulla risposta, da articolare alternando la logica alla fantasia. Naturalmente cambio sempre soggetto perchè non ho un specie di strana ossessione per Alessia, compagna delle elementari, piuttosto la mia è una, comunque strana, ossessione per tutte quelle persone che, non ho mai più visto o sentito. Per abitudine ormai, ne scelgo una diversa ad ogni colazione, e lì immagino tutte le vite che non ho visto cambiare. Ci sono amici, parenti, fidanzati, persino compagni di avventure durate un minuto. Qualche volta per rispondermi digito il loro nome su Google.  Ieri ci pensavo: il modo migliore per restare per sempre nella vita di una persona forse è sparire completamente. Ridefinisco il campione di ricerca: il modo migliore per restare nella mia vita è sparire completamente. Dopo la domanda solitamente mi concentro sull'immagine e mi accorgo che in nessun modo può corrispondere all'attuale. Questo mi innervosisce alquanto perchè è troppo difficile per me parlare (anche solo a me stessa) di qualcuno che non posso immaginare. Così inizio a fare l'elenco di tutti gli errori che il ricordo conserva. Per Alessia l'errore scovato è addirittura grossolano: mi veniva in mente lei, bimba con la coda di cavallo nera corvino, ogni volta che pensavo agli sventurati in cima all'appello, che, come tutti sanno vengono beccati sempre per primi alle interrogazioni a sorpresa. Non avevo mai realizzato il fatto che alle elementari la maestra faceva l'appello per nome, da qui il ricordo, ma che per il resto della sua carriera accademica, Alessia, grazie al suo cognome, ha goduto dell'invidiabile posizione di tre quarti, nel registro di classe, il che rivoluziona completamente l'idea che ho sempre avuto di lei e della sua vita. Rimando ad un giorno di pioggia la teoria sulla correlazione tra la  posizione nel registro di classe e il modo di affrontare la vita . Fatto è che quel ricordo sbagliato m'ha condizionato per anni. Per la proprietà transitiva, anche tutti gli altri su cui continuo a farmi domande potrebbero aver avuto sorte diversa da come ho sempre pensato ,magari proprio perchè c'era un errore di fondo. E magari anche chi ha avuto un ruolo fondamentale nella mia storia ha lasciato un'impronta sbagliata, controvertendo le sorti di entrambi,  per colpa di un piccolo insignificante dettaglio che al tempo non colsi. Questa è un'ipotesi agghiacciante per me: va bene non sapere più nulla della vita di alcune persone e sottostare alla propria insana mania di doverla per forza immaginare, ma  capire che forse si segue una pista sbagliata in partenza non è emotivamente sostenibile. E se anche io sono rimasta nei pensieri di qualcuno in maniera distorta? Bisognerebbe sempre poter riparare a questo. Ecco perchè la playlist dei miei film preferiti comprende solo film dove i protagonisti si incontrano nuovamente dopo anni e anni. Dovrebbe essere sempre come in Casablanca: dopo l'incontro la vita di ciascuno riprende sui suoi binari, ma vuoi mettere che goduria per Ric, dopo anni passati a chiedersi cosa stesse facendo Ilsa, capire che in futuro, così come in passato, lei non sarà mai più felice come se avesse scelto di vivere con lui a Casablanca, bevendo Champagne insieme a Sam? Propongo un calendario di incontri collettivi, in cui giustizia sia fatta, le curiosità siano assecondate, e ciascuno abbia modo di dare di sè altri indizi su cui la mia mente insana potrà poi lavorare in tante altre colazioni. E che Dio c'assista.

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Un caffè con bellatrix74 alle ore 23:46
sabato, gennaio 12

Fu un generale di vent'anni figlio d'un temporale...

indiano.... a convincermi del tutto.
Già mi ero lasciata affascinare dalla sicurezza con cui mia madre aveva fatto la sua scelta, e poi la musica mi piaceva tanto. Mi piacevano i led luminosi dell'impianto in camera di papà, ma soprattutto le cuffie grandi, perchè quando mi chiedeva se volevo andare ad ascoltare la musica con lui me le metteva sempre, per farmi sentire come poteva diventare piccolo il mondo fuori e grande quello nella mia testa. Lei quel giorno aveva detto : «Domani è il compleanno di papà. Che gli volete regalare? Mmhh.. che ne dite di un disco? » e poi scelse l'Indiano.  Io, che ero piuttosto rompiscatole già allora, continuavo a chiedere per quale motivo proprio quello tra tanti, ma lei aveva sorriso : « Perché lui vuole quello. Lo diceva ieri!».
Lo abbiamo ascoltato tante volte, in macchina, mentre andavamo da qualche parte tutti insieme e io, nel sedile posteriore stavo zitta, facendo finta di farmi i fatti miei, mentre papà raccontava a mamma la storia di quelle canzoni. Lui è bravo in quello, ancora adesso, cioè nello spiegare con un racconto e tante figure le parole messe in rima di una canzone, che al tempo era difficile per me che ancora non avevo tante parole tra lingua e orecchie ed era difficile per mia madre che non aveva tanto italiano tra lingua e orecchie. Era meraviglioso il modo in cui mio padre faceva il dj senza sapere che lo stava facendo e che mi stava insegnando un mestiere. Mentre guidava, parlava di Franziska e io la immaginavo col rosario in mano e un vestito rosso. Poi mi ricordo gli occhi spalancati nel racconto senza fiato della notte sul Sand Creek, come se l’avesse vissuta lui stesso solo ad ascoltare le parole di quella canzone. Mi faceva paura la faccia che disegnavo nella mia testa di quel generale di vent’anni. Immaginavo Custer arrivare a spazzare via tutto. Però. Però. Quello sguardo deciso! La possenza! E poi quella passione nel raccontare una canzone. Quella passione nella voce di chi cantava. Quella passione nostra nell’ascoltare.
Questa passione mia, oggi mi fa somigliare un po’ a Custer. Solo che sto dalla parte degli indiani e quindi ho perso molto fino ad ora.
Non avevo mai raccontato a nessuno questo mio ricordo, ma per Natale qualcuno che evidentemente mi conosce molto bene (e a cui voglio tanto bene) ha scritto sul mio biglietto d’auguri : “A te che ci fai tanto pensare ad un verso di una canzone di De Andrè, perché sei figlia di un temporale”.
Sono giorni importanti questi miei e  ho cullato molto il pensiero di questa frase. Se stanotte fossi sotto le stelle, accanto al Sand Creek, veglierei mentre gli altri dormono. Chiuderei gli occhi per tre volte e mi troverei ancora qui. Pregherei il mio Dio per la vittoria, perché la voglio forte e perché aspetto da molto. Ho il sangue rosso del guerriero nelle vene.
Attendo Custer, e sarò io il suo temporale.

 
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Un caffè con bellatrix74 alle ore 23:47
lunedì, dicembre 17

«Aspetti che le ho spicce...Ecco. Tenga il resto, signora. Ci voleva proprio qualcosa di caldo...»

«Eh già, con questo freddo. Ha visto signori', il cielo è sceso ed è paro paro. Magari qualche fiocco di neve lo fa pure qui. Sai che bello che sarebbe!»


snowcappuccino
E pensare che il maltempo nel paese è considerato una cattiva notizia.  La neve a Roma l'aspettano tutti invece, anche chi la teme perchè sa che la città si ferma e non si possono sbrigare le faccende ordinarie. Arriccio il naso guardando verso l'alto ma l'odore non è quello. Penso sempre alla neve come a  una sorpresa del mattino, che si scopre appena aperti gli occhi nel letto, anche senza guardare fuori dalla finestra. Le coperte diventano più pesanti, i piedi sembrano affondare nel torpore e c'è un silenzio nuovo. E provi quella sensazione inspiegabilmente rassicurante, che ti fa dire «Nevica e va tutto bene». Forse è perchè conservo vivo il ricordo di quella mattina. Forse perchè, adesso che stilo una lista a mente, mi accorgo che un ricordo bello come quello non ce l'ho. La mattina del 7 gennaio 1985. Primo giorno di scuola dopo le vacanze di Natale, quinta elementare. Potenzialmente uno dei giorni più tristi dell'anno. Quella mattina però la mia sveglia non aveva suonato. Mia madre l'aveva spenta prima che aprissi gli occhi in quella sensazione di torpore. La stanza era buia, ma avevo capito che doveva essere già mattina. Lei entrò in camera portandomi una tazza di caffèllatte e una notizia sorprendente. Aveva un'odore buono. Non so se mia madre, il caffèllatte o se invece l'odore buono ce l'aveva l'aria. Mi disse «Non è tardi tranquilla. Nessuno va a scuola oggi. Vuoi sapere perchè? » La guardavo da distesa, col naso sotto le coperte e ne intravedevo il sorriso dolce tra la luce e l'ombra delle finestre ancora chiuse. Lei tirò su la serrandina e io pensai che quello fosse il giorno più bello della mia vita. Lo fu. Restammo due minuti zitte a fare la conta ciascuna per sè di quanto fosse alto lo strato di bianco e quando dissi ad alta voce «Ma sarà quasi un metro! Non si scioglierà mai!», mi raggiunsero le voci e gli schiamazzi degli altri. Mia cugina era già imbacuccata, pronta a costruire un pupazzo di neve più grande di noi tutti messi insieme e mio fratello girava per casa come un pazzo urlando cose incomprensibili. La neve durò due settimane. Roma si fermò. Nessuno a lavoro, nessuno a scuola, si stava a chiacchierare per ore, la casa era ancora piena di tutti gli zii e i cugini venuti dal Canada e mia nonna continuava a cucinare come fosse la settimana tra la vigilia e capodanno. Mentre rosolava il pollo, diceva spesso che Roma era stata bella così solo nel '56. In quella settimana qualcuno trovò per fortuna il modo di portare mia zia e il suo pancione  all’ospedale e Marco potè godersi la sua prima nevicata appena nato.
Io pensavo, in quelle sere, che la vita era perfetta. Nonna, che del ’56 deve aver avuto nostalgia, lo pensava anche lei. Ho nostalgia del 1985, ma lo penso ancora.
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Un caffè con bellatrix74 alle ore 22:43
martedì, dicembre 11

Una volta ho inciampato in un miracolo.



Credo che non fosse proprio destinato a me, semplicemente doveva accadere e io ero di passaggio. Non che non l'avessi chiesto, anzi. Ogni sera, per mesi, senza saltare neanche una riga avevo recitato una litania di speranza, dopo aver passato l'intera  giornata a pensare a quella cosa lì. Quella cosa che neanche me la ricordo bene. Quella cosa che è una specie di buco su una tela azzurra, che però non ti permette di vedere dall'altra parte. Solo buio.  L'amore che inventi lo dipingi a più strati, perchè hai paura che qualcuno ti ci passi il dito sopra quando il colore è ancora fresco mostrandoti quanto facilmente possa venir via. Io l’avevo dipinta di quel colore carico e intenso, invincibile azzurro. Poi lo strappo e il buco. L’assenza di un uomo, anche di uno che hai solo creduto ci fosse, può riempire tutto. Sapevo già allora che provare nostalgia per qualcuno significa ammettere che lo si è perso, così non chiedevo che tornasse, ma che tornasse presto. Come fosse andato via solo per un po’. Era un continuo tendere a lui. Non riesco a ricordare altro che quella sensazione: la pelle che tirava forte nel tentativo di contenere tutta me che sembrava voler schizzare via, da qualche parte fuori, lontano dalle ossa, verso lui. Come se lui fosse ovunque, ma fuori. Fuori. Lontano. Avevo diciotto anni. Adesso che sono grande e saggia lo so che non si dice “Amore”, quella cosa lì. E so che non poteva tornare una cosa mai avuta. Impossibile. Ma inciampai in un miracolo, l’ho detto. Quindi, se mi parli di quel male lì e t’aspetti che ti dica una cosa saggia, sappi che un miracolo anni fa mi convinse a non diventare grande.
Desidera.
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Un caffè con bellatrix74 alle ore 10:47
lunedì, novembre 19

E comunque, chissà perchè poi non ho più sposato John Taylor.

meandjohn
E' mai possibile che abbia dimenticato anche questo insieme a tutti gli altri impegni presi a tredici anni? Al tempo ero una ragazza in gamba e avevo le idee chiare in merito a un sacco di cose. Prima di tutto ero convinta che alla mia femminilità avrei dovuto solo dare tempo. Per dirla in modo più becero, credevo che le tette prima o poi sarebbero cresciute anche a me. Rimasi molto delusa da quell'aspettativa mancata e forse fu a causa di questo trauma che, qualche anno dopo, dimenticai la promessa che ci eravamo reciprocamente scambiati e chiusi per sempre  in una scatola tuttel le sue foto, i dischi dei Duran Duran, rarità comprese, una fezza finta di capelli di Nick  Rhodes e soprattutto il cimelio dei cimeli: la locandina originale del concerto, formato gigante, che avevo sottratto ancora fresca di colla, acquattandomi furtiva nella notte, dietro agli operai che la stavano incollando su un muro di San Lorenzo. L'avevo appesa proprio accanto al letto e ogni sera guardavo la faccia di John con sotto scritto "Sarò a Roma il 1 giugno aspettami", rassicurandolo sul fatto che sarei stata lì e soprattutto che l'avrei aspettato alla fine del concerto per andare a bere una cosa insieme. Quel concerto mi lasciò stordita per tre giorni di fila, sensazione che in vita mia dopo di quella volta ho provato solo in un altro paio di casi. Talmente stordita che non ce la feci a raggiungere John in camerino. Sono un'insenbile. Non mi sono mai chiesta se lui ha sofferto per questa mia dimenticanza, se in tutti questi anni sia stato felice anche se io avevo scelto un altro percorso. L'altra notte su MTV, ho visto l'ultimo video dei Duran Duran e mi sono detta che proprio bene non deve averla presa, a giudicare dalla sua faccia stanca. Poi ho contato gli anni con la manina come i bambini e mi sono accorta che ne sono passati ventuno. Due tristi conclusioni:

1- Io e John stiamo invecchiando insieme proprio come due sposini, pur senza aver goduto l'uno della compagnia dell'altro.

2- A questo punto è sicuro che le mie tette più di così non cresceranno.
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Un caffè con bellatrix74 alle ore 02:07
giovedì, giugno 21

Cara Barbara
esami

lo sapevi anche tu che t'avrei scritto prima o poi. Continuo a guardarti da qui, dal tuo futuro, e stasera ti vedo bene bene, in quella tua notte di giugno del '93. Qui da me c'è odore di terra bagnata e un chiacchiericcio fitto fitto di cicale. Chissà cosa si raccontano le cicale in questa notte d'estate del 2007. Magari si scambiano consigli su come vivere al meglio i mesi estivi senza pensare all'inverno. Sono sagge le cicale, continuo a sostenerlo. Qualcuno, lì nel '93 continua a dirti che è meglio goderti la tua estate, che non è il caso di starsene lì sveglia nel timore domani di non saper tradurre la versione di greco. Mi fai sorridere perchè stai pensando che in fondo dopo cinque anni di liti continue con il Rocci, il greco ancora non lo sai e che quindi se prenderai quattro alla maturità, non avrai tradito il tuo odio per quella materia. Anzi stai pensando che forse restare fedeli a se stessi pure negli errori e segno di una forte personalità. Va be', mi fai tenerezza... te lo dirò: ci crederesti mai che il tuo cinque meno alla versione di maturità sarà uno dei voti più alti della tua scuola? Non ci avrebbe creduto neanche la prof che sarebbe uscito il giuramento d'Ippocrate. Difficile e oltretutto...con la traccia sbagliata! Ahaha... diventerà un caso di cronaca la traccia di quella versione. Vorrei dirti di non pensarci, che è una cosa inutile, che non conterà nulla nella tua vita, ma sarei bugiarda. Questa notte qui, prima degli esami, è proprio come la dicono i cantanti: importante come poche cose al mondo. E quel rumore di cicale che senti anche tu mentre fumi davanti al portico di casa tua, adesso, mentre sei assalita dai dubbi e dalle paure, questa notte in cui pensi che la tua vita inizierà solo dopo aver letto il voto sui quadri affissi davanti al banchetto della bidella, questa notte qui, io un po' adesso te la invidio. Non è nostalgia la mia, quella la lascio a chi ne sa scrivere e cantare. Te la invidio perchè quel buco che hai nello stomaco è solo il primo di tanti altri uguali a quello e per questo non ti spaventa ma ti incuriosisce. Io invece sono un po' stanca degli esami, sai? Tutto quello che c'è da imparare davvero nella vita lo impari in un giorno di scuola. Le cose sono camuffate, travestite, hanno un altro odore forse, ma la sostanza resta la stessa. Ecco il  mio regalo per te nella tua notte prima degli esami: il vademecum per la vita. Lo conosci già, credimi, ti basta sfogliare un po' i libri su cui hai chinato il capo, e leggere non quello che c'è scritto dentro, ma attraverso.

1-  Molte volte nella vita diranno che non devi dimostrare niente a nessuno: è una menzogna. Se fosse così non te ne fregherebbe niente di prenedre un buon voto. Ti basterebbe aver imparato. Se così fosse quest'esame tu non dovresti neanche farlo. Passerai la vita, come fanno tutti, a dimostrare qualcosa agli altri. E non solo tu. Ah, ai fallimenti il callo non ce lo farai mei.

2- Chi non deve dimostrare niente a nessuno ha un sacco di gente che deve dimostrare a lui. Poi però passa la notte a pensare come dimostrare a sè stesso.

3- Se passi la versione a Luciana domani, e lo farai, assicurati che non sia sbagliata (e lo sarà). Questo perchè, per quanto tu possa lottare contro te stessa,  la tua indole ingenua ti porta a dare senza chiederti quanto sia realmente utile quello che dai. Questo non cambierà mai. Non sforzarti dunque.

4-  Essere prolissa  è un tuo difetto  insormontabile.  Grazie alle tante parole prenderai otto  al tema.  Sei contenta?  Fai male.  Il fatto che il presidente di commissione sia come te amante delle parole incastrate non ti faccia supporre la reale utilità della cosa. Ricorda: vale l'esatto contrario nella vita. Conta più quanto sei brava con i silenzi che con le parole.

5- La fantasia usata per evadere le interrogazioni di francese il lunedì, quella sì che è un gran dono!

6- Hai presente la paura che hai ora di sbagliare? Ecco, quella non serve che te la ricordi, perchè tanto la proverai ancora cento volte e non passerà.

7- Il ragazzo a cui stai pensando ora, quello di cui aspetti il ritorno da un anno, dopo che ti ha tradita, derisa e lasciata fa sì che per un po' tu non pensi all'esame e questo ti conforta. Brava. L'unico modo per attenuare la tensione di un pensiero nella vita è pensare all'amore che non si può avere. E' a questo che servono gli amori impossibili. ma tu lo saprai bene perchè ne collezionerai molti. Ah, a proposito, lui, il tizio fedifrago tornerà da te a ottobre, con la coda tra le gambe.

8- Se non sbaglio quest'anno eri rappresentante di classe. Quella sensazione di fare le cose per il bene comune, conservala. Non servirà a molto, soprattutto se deciderai di entrare in politica ( e non ci entrerai), ma ti farà stare bene quando deciderai che i politici non meritano più la tua attenzione perchè loro quella sensazione non ce l'hanno.

9 - Agli orali succederà una cosa imprevista: dieci minuti prima di sederti davanti alla commissione ti telefonerà quel ragazzo che dicevamo prima e tu sarai così presa da lui che non penserai più a come impostare il discorso e quindi sarai solo te stessa. Ecco, speriamo che nella vita ti succeda sempre un imprevisto che ti costringa a essere te stessa.

10- Qualche amico andrà, ma qualcuno no. Non serve che tu stia lì a cercare di capire quali resteranno per sempre. Goditeli e basta. Sono la cosa migliore che avrai. Tutti. Anche quelli che incontrerai a novanta anni. Ah... Marilena, Alessia e Manu, che stanotte preparano l'esame con te, saranno ancora tra le tue migliori amiche nel 2007. E parlerete di com'era buffo prepararsi per la maturità.

Un'ultima cosa: la mania di mettere su un disco per ogni situazione, per ogni pensiero, non la perdere, che tra qualche tempo, magari in una notte di giugno nel 2007, ancora ti salverà la vita. Non il portafogli, ma la vita sì.


Barbara.

P.S. Stasera tu suoni un disco di Venditti, perchè è un clichè a cui non si può rinunciare, ma io ti dedico Van Morrison che canta così:

These are the days that will last forever
Youve got to hold them in your heart.

(questi sono i giorni che durano per sempre
tienili nel tuo cuore)

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Un caffè con bellatrix74 alle ore 23:53
domenica, aprile 29

Good morning my teacher. How are you? Sì, sì io sto un pochetto storta. Si vede eh? Yes, you know what? A volte it's hard to explain..sì sì..è diffcile capire se non hai capito già, come  dice un cantante che conosco. But let me tell you what is the point, cioè qual è il punto: è tutto un problema di direzioni e incroci. Io agli incroci poi sono da sempre un disastro, si figuri che la patente me l'hanno data per pietà al quinto tentativo. Glielo spiego come faceva lei con me, alla lavagna. Guardi, facciamo conto che la sua vita, per quanto precaria, sia raffigurabile come una serie di strati allinenati, anche senza criterio, tutti in una stessa direzione. Eccola eh... orizzontaleBene, ora facciamo conto, che per una serie di circostanze lei si trovi a dover recuperare un nuovo equilibrio, ma trasformando quello che aveva in una situazione diretta in un modo completamente diverso, tipo così: verticaleOra, lei è convinta che il cambio di direzione sia graduale, don't you? Manco pe' il caiser! Infatti, la situazione precipita vorticosamente nel periodo, più o meno lungo, in cui i due assestamenti, non si trasformano l'uno nell'altro ma si sovrappongono, like this:incrocio Bello eh? Sapesse quanto è difficile dar buona prova di sè in questa situazione e perseguire comunque lo scopo, non dico della sanità mentale, ma almeno dell'instabilità emotiva sopportabile a cui sono avvezza. Mi dica, my teacher, lei se lo ricorda di quando ci avevo il Commodore128 e lei insisteva che era più importante fare i compiti piuttosto che passare i pomeriggi a giocare a PACMAN?

Se lo ricorda che io i compiti li facevo sempre tutti mentre per esempio mio cugino lo sgridavano perchè stava sempre davanti al computer? Bene, lui qualche votaccio l'avrà pure preso, ma a PACMAN era imbattibile. Ecco, io adesso vorrei aver preso qualche bel voto di meno, ma essere imbattibile nei giochi di labirinti. Per questo, Signora Maestra,  faccio l'inchino e saluto che mi vado a gettare in un nuovo gioco chiamato "raccapezzati dentro 'sto groviglio di traslochi, bollette, nuovi strumenti, prove tecniche, nuovi amici, nuova città,e di <<chissà se ce la farò>>", 'chè se esco le faccio un fischio. Non posterò per un po' forse, ma vi leggerò sempre. Bacini bacetti e tanto affetto.

 

on air: David Bowie from Labyrinth soundtrack

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