Un caffè con bellatrix74 alle ore 12:17
sabato, luglio 26

Tempo.



Un tempo il tempo era mio. Erano i tempi senza tempo di avere sempre tempo. Non trovavo tempo per fare sempre in tempo certo ma avevo i miei temi per gestire il tempo. Ora è tempo di non perder tempo per stare nei tempi di chi decide del mio tempo. Sento il cuore batter forte a tempo, per ricordarmi di concedergli del tempo ma: tempo al tempo - gli dico - perchè ora non ho tempo. Di questi tempi è difficile per i cuori andare a tempo. Ci sono troppe canzone stonate a suonare tutte assieme ognuna col suo tempo. E io non trovo più la mia. Sshh...shhh... ascolta. Ascolta.

E miracolosamente non ho smesso di sognare

A mamma e papà

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Un caffè con bellatrix74 alle ore 23:54
giovedì, gennaio 17

CAOS AGITATO
con la punteggiatura ridotta al minimo



Giù dalle scale le palle degli italiani, in nome del futurismo che denuncia  l'assenza di futuro, rubato dalle dominazioni secolari, che ora sfociano nella non indulgenza verso la Chiesa, che invece troppe indulgenze concesse,  senza essere mai indulgente con la  scienza che oggi chiude le porte dell'Università al Papa, il quale fa l'offeso pur di passare dalla parte della ragione e dice "non gioco più me ne vado", ma manda qualcuno a dire come la pensa come se non l'avesse mai detto fino ad ora, sperando che ascoltino anche i ragazzi stanchi delle ingiustizie, perchè giustizia non c'è se il ministro di questa viene giudicato ingiusto e giustamente difende sua moglie, già in manette,  lasciando il presidente in mutande a difendere una cosa che non c'è più secondo un altro presidente, che non presiede poi molto, ma che scende a patti con il nuovo partito a lui opposto per fare una legge che consenta a tutti quelli seduti sulle poltrone di scambiarsi di posto ma di restare pur sempre seduti, mentre tutti gli altri stanno in piedi in mezzo alle strade che puzzano d'immondizia, ormai troppa, sebbene i consumatori non consumino più,  perchè una zucchina costa più dello smaltimento dei rifiuti stessi, che tra poco finiranno in mare, dove non c'è nessun aereo scomparso del quale si sa soltanto che non ci è dato sapere cosa ne è stato, sebbene cerchiamo notizie guardando la tv  nei lunghi momenti di pausa tra un lavoro precario e l'altro, sognando di entrare nella casa del grande fratello pur di non pagare l'affitto per qualche mese, risparmiando così i soldi per  aprire il mutuo per una casa, senza fratelli però perchè non cì entrerebbero in 40 metri quadri, che prima o poi finirà nelle mani della banca, tanto vivere da bohemienne è più trendy, e fa anche tanto artista,  come chi artisticamente colora di rosso una fontana che evidentemente non era abbastanza artistica, rompendo a qualcuno le palline, da vendere su e-bay per comprare il nuovo computer Apple che fa molte meno cose degli altri ma costa molto di più, mentre in tutto questo macrocaos vivo un mio personale  e umile microcaos mentale nel vedermi triste finalista al provino per R101, con un casco in testa per rendere radiofonica la situazione televisiva da Amici su Canale Cinque, dove mai, nella mia vita avrei pensato di vedere la mia faccia. Figuriamoci con un casco in testa e senza la maglietta rossa con su scritto "Sfida".
Eppure in questo caos agitato sono stranamente calma. Sarà, la dieta.
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Un caffè con bellatrix74 alle ore 23:46
sabato, gennaio 12

Fu un generale di vent'anni figlio d'un temporale...

indiano.... a convincermi del tutto.
Già mi ero lasciata affascinare dalla sicurezza con cui mia madre aveva fatto la sua scelta, e poi la musica mi piaceva tanto. Mi piacevano i led luminosi dell'impianto in camera di papà, ma soprattutto le cuffie grandi, perchè quando mi chiedeva se volevo andare ad ascoltare la musica con lui me le metteva sempre, per farmi sentire come poteva diventare piccolo il mondo fuori e grande quello nella mia testa. Lei quel giorno aveva detto : «Domani è il compleanno di papà. Che gli volete regalare? Mmhh.. che ne dite di un disco? » e poi scelse l'Indiano.  Io, che ero piuttosto rompiscatole già allora, continuavo a chiedere per quale motivo proprio quello tra tanti, ma lei aveva sorriso : « Perché lui vuole quello. Lo diceva ieri!».
Lo abbiamo ascoltato tante volte, in macchina, mentre andavamo da qualche parte tutti insieme e io, nel sedile posteriore stavo zitta, facendo finta di farmi i fatti miei, mentre papà raccontava a mamma la storia di quelle canzoni. Lui è bravo in quello, ancora adesso, cioè nello spiegare con un racconto e tante figure le parole messe in rima di una canzone, che al tempo era difficile per me che ancora non avevo tante parole tra lingua e orecchie ed era difficile per mia madre che non aveva tanto italiano tra lingua e orecchie. Era meraviglioso il modo in cui mio padre faceva il dj senza sapere che lo stava facendo e che mi stava insegnando un mestiere. Mentre guidava, parlava di Franziska e io la immaginavo col rosario in mano e un vestito rosso. Poi mi ricordo gli occhi spalancati nel racconto senza fiato della notte sul Sand Creek, come se l’avesse vissuta lui stesso solo ad ascoltare le parole di quella canzone. Mi faceva paura la faccia che disegnavo nella mia testa di quel generale di vent’anni. Immaginavo Custer arrivare a spazzare via tutto. Però. Però. Quello sguardo deciso! La possenza! E poi quella passione nel raccontare una canzone. Quella passione nella voce di chi cantava. Quella passione nostra nell’ascoltare.
Questa passione mia, oggi mi fa somigliare un po’ a Custer. Solo che sto dalla parte degli indiani e quindi ho perso molto fino ad ora.
Non avevo mai raccontato a nessuno questo mio ricordo, ma per Natale qualcuno che evidentemente mi conosce molto bene (e a cui voglio tanto bene) ha scritto sul mio biglietto d’auguri : “A te che ci fai tanto pensare ad un verso di una canzone di De Andrè, perché sei figlia di un temporale”.
Sono giorni importanti questi miei e  ho cullato molto il pensiero di questa frase. Se stanotte fossi sotto le stelle, accanto al Sand Creek, veglierei mentre gli altri dormono. Chiuderei gli occhi per tre volte e mi troverei ancora qui. Pregherei il mio Dio per la vittoria, perché la voglio forte e perché aspetto da molto. Ho il sangue rosso del guerriero nelle vene.
Attendo Custer, e sarò io il suo temporale.

 
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Un caffè con bellatrix74 alle ore 19:27
lunedì, dicembre 24

Caro Gesù Bambino Piccino Picciò,
Tra qualche ora è il tuo compleanno e io sto qui con la mia nipotina Elena a domandarmi per quale motivo il compleanno è tuo e i regali te li chiedono a te. 

Elena e io
Si sa il Santo paga, ma il festeggiato riceve doni, anche se è Santo di suo. Mah! Comunque,  già che è usanza, anche quest'anno ti lascio la mia lista personale, aggiungendoci anche un Dolce Forno che Elena qui accanto ha chiesto quello. Lei ancora non parla ma lo intuisco dallo sguardo invidioso che rivolge a a suo zio Marco che fa lo Chef e per questo stasera cucina per tutti.
Ecco la lista.


1- Niente più del tanto che  già ho.
FINE


Grazie.
Buon Compleanno.
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Un caffè con bellatrix74 alle ore 22:43
martedì, dicembre 11

Una volta ho inciampato in un miracolo.



Credo che non fosse proprio destinato a me, semplicemente doveva accadere e io ero di passaggio. Non che non l'avessi chiesto, anzi. Ogni sera, per mesi, senza saltare neanche una riga avevo recitato una litania di speranza, dopo aver passato l'intera  giornata a pensare a quella cosa lì. Quella cosa che neanche me la ricordo bene. Quella cosa che è una specie di buco su una tela azzurra, che però non ti permette di vedere dall'altra parte. Solo buio.  L'amore che inventi lo dipingi a più strati, perchè hai paura che qualcuno ti ci passi il dito sopra quando il colore è ancora fresco mostrandoti quanto facilmente possa venir via. Io l’avevo dipinta di quel colore carico e intenso, invincibile azzurro. Poi lo strappo e il buco. L’assenza di un uomo, anche di uno che hai solo creduto ci fosse, può riempire tutto. Sapevo già allora che provare nostalgia per qualcuno significa ammettere che lo si è perso, così non chiedevo che tornasse, ma che tornasse presto. Come fosse andato via solo per un po’. Era un continuo tendere a lui. Non riesco a ricordare altro che quella sensazione: la pelle che tirava forte nel tentativo di contenere tutta me che sembrava voler schizzare via, da qualche parte fuori, lontano dalle ossa, verso lui. Come se lui fosse ovunque, ma fuori. Fuori. Lontano. Avevo diciotto anni. Adesso che sono grande e saggia lo so che non si dice “Amore”, quella cosa lì. E so che non poteva tornare una cosa mai avuta. Impossibile. Ma inciampai in un miracolo, l’ho detto. Quindi, se mi parli di quel male lì e t’aspetti che ti dica una cosa saggia, sappi che un miracolo anni fa mi convinse a non diventare grande.
Desidera.
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Un caffè con bellatrix74 alle ore 13:10
martedì, ottobre 30

«Ho camminato per ore. E lei lo immagina , questa strada buia non è il posto migliore del mondo per passeggiare di notte...



...non che non conosca le strade di Harlem, anzi. Ma sono stanca, e stanotte vorrei dormire sapendo che domani sera  avrò un lavoro che non mi faccia finire in prigione e che non mi costringa a passare ore su un marciapiede. Dunque, mi faccia provare la prego.»

«Ma non sei un po’ giovane per  fare la ballerina in un bar, ragazza? »

«Giovane? Ma se ho quasi sedici anni, io! Forse lo ero quando avevo sei anni, eppure allora non si lamentavano della mia età gli inquilini del palazzo di cui lavavo le scale. Mattina e sera. E qualche volta persino di notte. Ma sa, di notte lo facevo per piacer mio, non per soldi. A spazzolare bene i pianerottoli di certi bordelli di New York, la notte, si ascolta musica gratis, e quei dischi di Louis Armstrong mi facevano stare bene. Poi certo, ho dovuto cambiar mestiere. E’ il 1929, e la vita costa. Soprattutto sei sei una donna, sei sola al mondo e il colore della tua pelle non è certo quello delle signore di gran moda in questi tempi. Insomma, non mi piaceva di sicuro la strada, ma se possibile, la prigione è persino peggio, per questo ho deciso di entrare qui stasera. Mi creda, so ballare io. Guardi qua… prego signor pianista, mi dia il tempo… and one, and two, and one two, three! go…»

«Ferma ferma! Non te la prendere bambina, ma secondo me la danza non è il tuo forte. Mi spiace, io vorrei aiutarti ma in questo locale ci viene gente importante, musicisti pretenziosi, lo capisci, no? Uomini che di musica ne masticano... insomma, se ti vedono ballare così…»

«Ah, già, dimenticavo. Gli uomini. Il mio problema di sempre. Be’, grazie lo stesso, eh. Buonanotte»

«Aspetta un attimo, aspetta. Senti, ma sai cantare? »

«Cosa? Cantare? Io? Ahahaha! Be’, diciamo che ogni tanto quando ero bambina qualche nota mi usciva mentre strofinavo le scale e anche dopo, nei giorni in cui ero serena. Sì, qualche giorno sereno devo averlo avuto. Forse con mia madre. Ma le canzoni le conosco, ci può scommettere. »

«E quale canteresti per me? »

«Io, io..ecco sì. Ehi signor pianista, la conosce Travelin’ All Alone ? Ecco, suoni quella. Quella lì.
…I'm so weary and all alone
Feel tired like heavy stone
Trav'lin', trav'lin' all alone
Who will see and who will care
Bout this load that I must bear
Trav'lin', trav'lin' all alone
Prayers are said to heaven above
'Bout my burdens,woes and love
Head bowed down with misery
Nothing now appeals to me
Trav'lin', trav'lin' all alone

Give me just another day
There's one thing I want to say
Friends are well when all is gold
Leave you always when you're old
Trav'lin', trav'lin' all alone

Ecco. Mi scusi, non sono una cantante.
Be’? Mi dica qualcosa, almeno. Allora? »

«Aspetta un attimo, aspetta un attimo. Vuoi dire che tu non avevi mai cantato prima? Ahahah… Ehi Lester! Vieni qua, voglio presentarti una ragazza, vedrai quando la sentirà Benny. E’ in gamba eccome. Piuttosto, ragazza,  come ti chiami?»

«Eleonor, signore. »

«Be’ Eleonor, lui è Lester, Lester Young. »

«Sì, salve, ma vede…mio padre quando eravamo a Baltimora diceva sempre che somigliavo a un maschiaccio e così da allora mi piace farmi chiamare come un maschio, ma anche come la mia attrice preferita. Billie, mi chiami così. »

«D’accordo, Billie  di Baltimora. Dovrai chiedere le mance ai tavoli, lo sai questo?»

«Ma io sono timida. Non possono portarmeli qui loro, i soldi? In fondo sono io quella su un palco. »

«Ehi, ragazzina. Ma che dici? Chi ti credi di essere? Guarda tu che modi da signora! »

Silenzio.

«Già,  - disse Lester Young, nella sera in cui incontrò Billie Holiday- una signora. Lo si vede subito. E allora sarai la nostra signora. La nostra Lady. Mi piace, Lady… Lady Day! Buonanotte Lady Day, dormi bene che domani si inizia. »




Magari una di queste notti capita di aprire una porta per caso, in questa strada buia, che fino ad ora non ha avuto rispetto di te. E magari è una buona porta.

P.S. Certo, come la tua vita può andare dopo, è un altro discorso.
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Un caffè con bellatrix74 alle ore 13:31
sabato, settembre 29

Il giorno in cui si va via è un giorno strano.



Accade ogni volta quel piccolo miracolo da supereroi che ha a che fare col tempo. E' come quell’istante in cui Willy  Coyote sta immobile sospeso  nel vuoto, un attimo dopo la corsa forsennata e un attimo prima di cadere. Nel giorno in cui si via si sta zitti perchè c'è troppo rumore intorno. C'è chi va via ogni giorno un po' per non lasciarsi  sorprendere e chi invece se lo gode come una porta in faccia iniziando ad andare via dopo una dormita, mettendo giù il piede dal letto e sapendo che il prossimo letto sarà già un'altra vita. Nel giorno in cui si va via i pensieri si parlano tra loro e non hanno tempo di stare a dar ordini alle mani e alle gambe che nel frattempo fanno il lavoro sporco. Finire qualcosa è sempre faticoso ma molto di più lo è quel giorno in cui si ha già finito e non si è ancora iniziato, quel giorno in cui semplicemente... si va via. Ci vuole talento per andare via come si deve ma lo si può far bene solo quando si ha finito davvero, quando quel che c’è stato non lascia neanche l’odore, non si ricorda nemmeno già più. Meglio ancora se si va via senza avere ben chiaro dove si va. Il talento di chi va via è nel far durare un solo giorno quante più ore possibile, per farci star dentro tutto, dall’imballaggio ai saluti, alla chiusura di tutti gli accordi presi, dalla consegna delle chiavi a “Annaffio il giardino e poi chiudo pure l’acqua”. Pur sapendo che quel giardino domani non ci sarà mai stato. Nel giorno in cui si va via si chiude la porta senza doppia mandata, si sale in macchina, ci si lascia cogliere da pensieri che distraggono come il prezzo della benzina, poi ci si ferma al semaforo sbirciando i cartelli al bivio prima dell’autostrada per cercare un indizio su “domani”. E lì, si resta fermi, con la bocca un poco socchiusa e le pupille dilatate davanti all’unica insegna che nel giorno in cui si va via ha davvero un senso:

directions
E per rispetto, nessuno suona il clacson mai, in coda dietro a chi va via.


"All possibilities
Are landing at my feet
Theres nothing I can see
But possibilities!

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Un caffè con bellatrix74 alle ore 03:20
venerdì, settembre 14

Tic - tic...tic. Poi fermo. Poi di nuovo... tic.  E ora aspetto.



Aspetto che ricominci, mentre bevo un tè alla vaniglia che non fa rumore. Il tè alla pesca fa rumore perchè pizzica sul palato e resta un pochetto lì prima di scendere, mentre quello alla vaniglia scivola morbido e allora è silenzio. Guardo la tv spenta e ci vedo dentro lo spettacolo delle mie gambe scomodamente incrociate alla maniera degli indiani. Non che sia un granchè come immagine ma rieso ad apprezzarne la metafora: l'imitazione dell'attesa pacata dell'indiano nel tentativo mal riuscito di chi piuttosto che aspettare l'autobus andava a scuola a piedi. La goccia! Tic -tiiii... no, torna indietro. M'ha illusa.  Ho i capelli bagnati. Lavarmi in capelli mi fa sentire bene. Sto sotto la doccia un'ora mentre li massaggio e ripeto ad alta voce le mie parole preferite perchè  mi piace sentirle risuonare con l'eco. Luccicante-ante-ante. Liscio-o-o. Wishful-l-l-. Belle. Ci sono parole che sono belle da dire, non c'è niente da fare. Adesso però ho smesso, che voglio solo stare in silenzio. Forse funziona. Shhh! Fate tacere la mia testa. Ripetesse almeno un unico allegro motivetto, lo canticchierei lavando i piatti. E invece no. Ho smesso di fumare, perchè mi sembrava uno spreco di tempo. Una canzone di Guccini lo spiega meglio: <<Ma il tempo il tempo chi me lo rende? Chi mi da indietro quelle stagioni di vetro e sabbia... chi mi riprende la rabbia il gesto, donne e canzoni?>>. L'assenza dei suoni m'illude dell'immobilità. Passa. Ero qui il primo giorno col grano verde, appena spuntato. Ho visto le messi in giugno ma non fu una gioia. Guardo ora le zolle dissodate pronte per la semina. Rifiuterò quell'offerta importante a Milano, tornerò a Roma perchè c'è chi m'ha atteso per mesi ed è giusto che stavolta non pensi solo a me. Ma c'è quella voce, che è come la goccia. Tic-tic... Dice che quel campo non va lasciato a maggese proprio adesso. Tic-tic.  Nella testa. Milano. No. Respiro l'odore della terra stanotte e vorrei che mi parlasse lei. Vorrei che mi dicesse che non mi tradirà ancora, che se sceglierò di seminare domani il raccolto sarà anche migliore. Vorrei che fosse una terra buona. Che mi insegnasse ad aspettare senza curarmi del gracchiare dei corvi.



 Il mio obiettivo è il colore del grano, non di zittire i corvi. Quelli non c'entrano niente con me. Li ignorerò.



La bellissima immagine è di Nicoletta Ceccoli - www.nicolettaceccoli.com -
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Un caffè con bellatrix74 alle ore 16:40
lunedì, settembre 10

Un anziano signore siede a schiena curva sulla panchina accanto al ciglio del viale alberato.

vecchiettoIl mondo guarda e lecca il gelato

Un golf leggero gli copre dall'autunno quelle spalle pesanti,  così cariche di esperienze e sapere da far sì che, per sopportarne il peso,  debba reggersi ad un bastone persino da seduto. Ha visto e capito molto ed è per questo che per ogni ruga del suo volto ha un'opinione. Tutte quelle opinioni gli spettano di diritto, sono una specie di premio di consolazione per la vecchiaia che deve sopportare. Ed anche oggi, che il suo sguardo inciampa per caso nella lite tra un ramo e una foglia, ha ben chiaro da che parte schierarsi. Sembra che il ramo sia infastidito da quella foglia tanto da volersene liberare. L'anziano signore non è un ingenuo, capisce quale arricchimento quella piccola foglia verde arrechi al ramo rugoso e monotono, eppure, tendendo l'orecchio,  gli sembra di percepire chiaro le parole <<Cosa che credi che varrai senza di me, piccola idiota?>>. La piccola idiota, la foglia, è lì che combatte, sebbene non sia chiaro se combatta per restare a guardare il mondo da lassù o se invece, incurante della protezione che può offrirle un ramo proteso verso il cielo, combatta per separarsi da lui. L'anziano signore abbassa  lo sguardo scuotendo la testa, preoccupandosi dell'ingenuità della piccola foglia e non s'accorge di quel che accade. Un soffio di vento, lo scuotersi improvviso, il ramo grida <<vendetta!>>, la foglia grida solo <<libertà>>. Quando i suoi occhi tornano sul ramo, lo vedono nudo, tronfio della sua possenza, sicuro nel suo essere saldamente ancorato a qualcosa di sicuro, che ha radici. Cerca la foglia e la vede spinta in avanti. La segue. La foglia fa un triplo carpiato, gioca con i capelli di una bambina che saltella tra i ciottoli, finisce tra le grinfie d'un gattino che poi la libera concentrandosi su altro. E la foglia va avanti. Finisce in una pozzanghera e un uomo d'affari, in ritardo come sempre, la calpesta fando sì che si attacchi al suolo delle sue scarpe. Fa qualche metro e riesce ad aggrapparsi a un filo d'erba. Arriva il vento e di nuovo la porta via con sè.
Il ramo dice all'anziano signore: <<Sapevo che quella stupida senza di me sarebbe stata inutile spazzatura>>
L'anziano signore fa cenno di sì con la testa in un pensiero che gli arriva a conferma di quanto sia stupido cercare altre vie se non si è in grado di far da sè, di come sia stato onesto il ramo, a offrir riparo  e protezione a una stupida, semplice, piccola foglia.
Ma.
Il ramo non vedrà mai quanta vita passerà sopra la piccola foglia, e poi dietro e accanto e tutt'intorno. Il vento è sempre dalla parte di chi  non ha paura d'andare. Il ramo un giorno, forse tra mille anni, sarà secco e avrà visto solo le spalle d'un vecchio seduto, che continua a dargli ragione. Della foglia, il ramo nudo e l'anziano mondo, sebbene tronfi nelle loro opinionii, non avranno altro che il ricordo lontano.
O peggio, la speranza che sia bruciata, pur di non essere invidiosi. Ancora una volta nella loro vita.
E la foglia non è ancora bruciata.

Sappilo.
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Un caffè con bellatrix74 alle ore 03:08
mercoledì, settembre 05

Ferragosto è passato da poco e fa freddo.



Di già.
Domani tiro fuori l'albero e il presepe e mi compro un pudding al cioccolato che mi fa tanto Natale. In tutto questo da stamattina ho un pensiero fisso sul Carnevale. L'ho sempre sottovalutato come  evento, non mi è mai piaciuto quell'odore di fritto in casa per giorni per poi accorgerti che le frappe le sa fare solo il pasticcere e che anche quest'anno hai miseramente fallito. Insomma oggi riflettendoci bene, ho capito che l'indizio più grande in questo misterioso adventure game è proprio nei miei carnevali infantili.
Il destino di una persona è segnato da sempre, c'è chi lo legge nelle carte, chi nelle conchiglie, chi nelle linee della mano, ma nessuno ha mai pensato a guadagnarsi da vivere leggendo i costumi di carnevale indossati dall'infanzia all'adolescenza. La cronologia è fondamentale tuttavia e questo è l'unico particolare che la mia memoria s'è persa: mi confondo nel ricordo delle due maschere, fondamentali che , allora per la prima volta, mi fecero indossare: un vestito da Clown o e uno da Fata Turchina.
 Ma era prima l'uno o l'altro? 
Ricordo l'immagine precisa di me con i capelli colorati e sparati, un cappello col fiore, un fiocco enorme che caminavo tra damine imbellettate e supereroi anni '80 chiedendomi perchè dovesse toccare proprio a me di fare il pagliaccio, di avere sulla faccia il rossetto non per essere più carina ma per disegnarmi un sorriso gigante.
 Risposta: <<Ma i Clown fanno ridere la gente! Danno qualcosa d'importante : l'allegria!>> 
Destino segnato.
L'opposto della medaglia mi toccò un anno prima o forse uno dopo. La Fata dai Capelli Turchini. Che sogno di vestito! Me lo ricordo ancora adesso. Avevo le trecce azzurre lunghe lunghe e le stelle d'argento sul viso e sul velo del cappello a punta. Mia madre mi diceva che sotto il vestito dovevo indossare la maglia di lana ma io non sentivo ragioni: <<La Fata Turchina non se la mette di certo la maglia di lana. Non sente mica freddo lei. Guaddaaaaa... c'ho pure la bacchetta magica per non sentire freddo!>>
L'immaginazione non arriva a pensare quanto può essere  triste a sei anni scoprire, mentre cammini nella parata del martedì grasso, e ti senti la fatina più bella e buona del mondo, che quella bacchetta magica lì è tragicamente finta.
<<Ma come finta? L'ha fatta Zia Mena...quetta punziona peffozzaaaa>>. A quel punto secondo me deve essersi irrimediabilmente inceppato qualcosa nelle mia testa.
Trick-track... Clown,  sorriso..sorriso sì..bacchetta magica, velo azzurro co' tante stelline... il ragazzino vestito da peter pan sul carro alla parata..trick-track...clown, domatore al circo, casca e bum!... Insomma tipo RainMan che continua a ripetere <<Tutto bene johnny babbit>>. E ancora oggi non riesco a dare le dimissioni da quelle maschere che forse non lo erano poi tanto, al punto che non va via quel sorriso da giullare che ride davvero divertito per una sua stessa caduta, e non va via, allo stesso modo neanche l'illusione di quel velo azzurro di stelline. Sebbene, da Fata Turchina,  mi sia sempre più chiaro quanto invece sono reali il Gatto, la Volpe e pure quel bugiardo di Pinocchio.



Solo una cosa: è un po' che non chiedo a mio fratello come procede la sua vita. Sono preoccupata. A lui mamma lo mascherava da Uomo Ragno.

p.s. Buon Natale Peter Pan!
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