Un caffè con bellatrix74 alle ore 01:40
domenica, marzo 30

Venne Aprile e fu un fiorire.



C'era il nuovo ovunque. Non c'erano ancora pensieri, tanto nuovo c'era. Come non avessi mai vissuto piansi e iniziai. Mi toccai la testa contando tre centimetri di capelli e decisi che li avrei lasciati crescere fino a quando non fossi giunta a destinazione. Scaldai i muscoli pensando che sarebbero servite buone gambe, sebbene da subito mi fosse chiaro che il posto da raggiungere non fosse lontano nel mondo, ma lontano dentro. Da qualche parte, dentro. Ad Agosto terminai di distruggere tutto quel che c'era stato. Cancellai persino le impronte. Ad Ottobre mi innamorai e fu un amore da adolescente, perchè quando inizi a crescere ti serve un amore così, uno che non hai, uno che sarà tuo per sempre. Un amore che ti faccia così male da poterci sanguinare su tutti i desideri. E crescere.  A Natale incontrai altre viandanti e insieme costruimmo castelli di sabbia. Venne il mare e li portò via. Ma mi restò l'odore di speranza. A giugno rischiai, lasciai ogni cosa e vissi su una spiaggia. In quattro mesi vidi tutti i sorrisi che non avevo visto in trent'anni. In quattro mesi ebbi tutto l'oro che un re non avrà mai: ebbi la vita. Venne l'autunno e la portò via. Ma mi restò l'odore di felicità. A settembre costruii un tetto; da lì ci vedevo il mare che avevo lasciato, fecendo piani su come continuare il cammino. A Dicembre il mio cuore morì. Se ne stette lì morto sul pavimento, per qualche mese. Nel frattempo io scavai più in fondo, e in fondo e in fondo. Bevvi molto. Parlai troppo. Piansi senza lacrime e mi guardai l'ombra per vedere se m'avesse mangiato. Ci fu tanto buio e non incontrai che me stessa, ma fu un incontro necessario. A Marzo conobbi mia sorella. Con lei camminai sorridendo e impastai torte di mele. Insieme colorammo l'aria perchè non ci piaceva così grigia com'era. Luglio mi sorprese mentre mi pettinavo i lunghi capelli e Settembre fu un bivio. Andai via. Tornai. Vissi un'estate di San Martino in pieno Novembre. Aveva i capelli di un angelo e gli occhi di un ladro. Rubò. Ma mi restò l'odore del pane. A Gennaio il mio cuore mi mise su il muso e smise di parlarmi. Così stetti un po' in silenzio anche io. Mi allenai per rompere il fiato e quando fui pronta, ricominciai il cammino. Lasciai il mio tetto. Ma  mi restò l'odore di casa. Arrivò di nuovo Novembre e fui pronta per mostrare lustrini e pailletes. Mi esposi e mi struccai, ogni sera a fine giornata. Capii che non erano le luci a dare calore. E quando lo capii, non fui più sola, perchè trovai me stessa. A capodanno, avevo tagliato un po' i capelli, ed ero esattamente al centro di me. In equilibrio. Poi lo incontrai e fu paura. Ma vinsi. Continuai a camminare, rallentando il passo di tanto in tanto, perchè in due è giusto così.
Sono passati cinque anni da quell' Aprile.
 I miei capelli sono arrivati alla fine della schiena.
 Non sono ancora a destinazione. Ma quasi.

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Un caffè con bellatrix74 alle ore 00:13
giovedì, marzo 20

Un giorno ti arrenderai e coglierai al volo la fortuna di un lavoro stabile, che ti porterà a star fuori casa undici ore al giorno e ad essere un nomade del pranzo e della merenda giù in centro.



Avrai una borsa in cui sistemare con cura succhi di frutta, crackers, portapranzo, sigarette e gomme americane, un pettine e un deodorante, un paio di calze e una confezione di Moment. Vedrai davanti a te la possibilità di accendere un mutuo a quarant'anni e ti sentirai, con soddisfazione, inserito nella società. Potrai finalmente rispondere alla domanda di chi ti chiede di cosa ti occupi e nei tuoi viaggi in metro leggerai "Leggo", insistendo sulle notizie di politica interna, cercando un solo buon motivo per continuare a sopportare quello schifo.
Quel giorno, ricorda:

 che tu abbia firmato un contratto come avvocato, architetto, commercialista, o come direttore artistico, l'unica cosa che davvero conterà nelle tue giornate sarà di non aver sbagliato la scelta delle scarpe.

Ti auguro di non scoprire mai quanto questo sia importante, perchè, se sbaglierai scarpe, anche una sola volta, in quelle undici ore di dolore e fatica, il tuo cervello si unirà al tuo cuore e alle dita dei tuoi piedi, e tutti insieme ti convinceranno che stai facendo una cazzata. E pure grossa.
Penserai ai piedi nudi sulla sabbia, di quando facevi il dj in riva al mare; alle babbucce di peluche che da bambino mettevi su alle nove di sera;  alle pantofole di quando eri disoccupato e giravi nudo per casa cercando qualcosa con cui fare colazione alle due del pomeriggio, agli anfibi gommati con cui saltellavi ballando i Placebo, con le unghie laccate nere; alle Nike in tutti i modelli e forme che conosci. Riuscirai ad elencarle in ordine alfabetico dalle Air Max Classic alle Wmns Tennis Plus e mentre ti immaginerai corridore in Patagonia dirai che la vita è altro, è la fuori, e che se potessi avere un paio di piedi nuovi correresti a prendertela. Chi ha inventato le scarpe che fanno male... non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù e quando muore va laggiù. Tra i tanti propositi di libertà in quel momento ti chiederai se non fosse stato meglio, invece di firmare quel contratto, sposare il figlio di Berlusconi. Ma poi penserai a quanto  sarebbe stato triste, stupido e deplorevole, avere lui come suocero e allora, scrollando la testa, dirai solo: «Speriamo di poter vedere gli amici stasera e bere una birra insieme. Anzi due. Facciamo tre. Fanculo al mutuo, al lavoro e alle scarpe. » Lascerai venti centesimi al tizio che fa l'elemosina daventi alla fermata di Piazza di Spagna, chiedendogli se anche lui voleva fare lo scrittore, e tirerai dritto.
Conservando il tuo cognome e con esso la tua dignità.

P.S per Pippo, anche se non c'entra nulla. Il giorno del coglione capita a tutti. Quel giorno in cui Francesca rinunciò a te, per lei fu uno di quelli.
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Un caffè con bellatrix74 alle ore 14:57
venerdì, marzo 14

E.T. Telefono Casa.
Casa. Casa. Telefono C-a-s-a.


casa

Va bene anche una casa senza telefono, che poi ce lo metto io. Senza comodini e anche senza tappeto, tie'... Ma che sia una "casa" e non una "mangiatoia". Con tutto il rispetto per le mangiatoie, che hanno dato un contributo fondamentale alla storia dell'uomo, ma che, anticamente nessuno aveva coraggio di affittare a ottocento euro al mese!
Insomma, ma te lo vedi ?
«Quanti siete? Due e uno in arrivo? E tra quanto arriva il bambino? Ah bene, tre giorni. Allora la cameretta non vi serve ancora... Qui è perfetto per voi! Sono 25 comodissimi metri quadri. No, dico: metri quadri, mica zeppole! Spostando un po' il bue sotto l'asinello c'entra anche un fantastico giaciglio in paglia. No, quello ce lo dovete mettere voi che io la mangiatoia  la fitto semiarredata. Il resto c'è tutto: questo meraviglioso lavatoio in fango, la doccia a manovella dal pozzo qui fuori, e soprattutto, per rispettare lo stile vintage con cui ho voluto arredarla, la zona cottura con le pietre focaie raccolte nel deserto. Mi raccomando attenti alle scintille. (...Che qui svampa tutto segno'). Vi vengo incontro con ottocento al mese, considerando la zona in cui si trova, un poo' decentrata ma sicuramente immersa nella natura. E' un affare, prendere o lasciare!»
Lasciare.
Questo bisognerebbe fare.
 Laciarli cuocere nel loro brodo. Lasciare a costo di tentare la vita da bohemien sotto le panchine. A parlarne sembra che il problema sia comune un po' a tutti, solo che mi chiedo, se in tutte le conversazioni anche occasionali si parla sempre di come sia impossibile trovare una casa da poterci vivere e non sopravvivere, dove stanno quelli che affittano? Forse si sono chiusi tutti insieme in una villa da nababbi a contare i dobloni in attesa del giudizio universale.
Io però, che sono un po' Candido l'Ottimista, ci credo ancora nella gente onesta, e so che da qualche parte  a  Roma, ci sarà una persona o due che siano disposte a riscuotere un affitto davvero onesto, per una metratura davvero decente, da una ... da una ... (scatta l'annuncio, attenzione!!)


Giovane coppia referenziatissimissima, sani principi, valori saldi e tanto affetto, buste paga più che regolari, cittadinanza italiana e anche extra-italiana, proprietà di linguaggio e personalità estroversa, voglia di vivere e possibilità di carriera. Cerca appartamento a Roma  arredato non da prendersi il tetano, con i muri senza muffa possibilmente, metratura che garantisca spazio vitale. Insomma, una casa. E vi ricordo che ottocento euro sono un milione e seicentomilalire quindi non ce li possiamo avere mai nella vita solo per l'affitto a meno che non iniziamo a rubare e siccome siamo di sani principi (vedi sopra) non inizieremo.Vi voglio tanto bene,  mettetevi una mano sulla coscienza.

P.S. Non è uno scherzo. Help me please.

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Un caffè con bellatrix74 alle ore 17:39
martedì, marzo 11

Pioveva da giorni.
 E a parte il solito Gene Kelly, nessuno  aveva motivo di ballare il tip tap.



Una cappa di infelicità sopra le teste e tutt'intorno mi chiudeva stretta tra i pensieri dell'inverno. Sotto la pioggia non c'è spazio. La gente se ne sta arrotolata su sè stessa perchè soffre il fastidio del contatto altrui,sebbene ci si scontri di continuo,  perchè, l'ho detto, sotto la pioggia si sta stretti. E' tutto a un palmo dal naso, tutto qui, tutto reale. I pensieri vanno a rimbalzare contro lo sfondo grigio dietro ai palazzi e tornano indietro. Nessuno riesce a bucare il cielo, nessuna speranza, neanche una piccola piccola. E non arriva l'eco di quel che era ieri. Sotto la pioggia è "qui", "adesso", "immobile" e se non ti basta peggio per te. Peggio per me che non mi basta mai. Ho sempre invidiato quelli che la amano, la pioggia. Io la detesto, e come tutte le cose che detesto la combatto con l'indifferenza. Pioveva da giorni e io, indifferente, mi bagnavo da giorni. Pensavo alla teoria elaborata in terza elementare su "l'inutilità dell'ombrello". Ecco la teoria: l'ombrello piccolo, tascabile non ti ripara affatto dalla pioggia; anzi, dai bordi cadono spesso gocce enormi che ti finiscono negli occhi e sul naso, così cambiandolo di mano, nel tentativo di asciugarti la faccia, quello si piega all'indietro e tu ti ritrovi in mezzo alla strada a combattere con un attrezzo di metallo, mentre il tuo aspetto è sempre più simile al replicante di Blade Runner. Gli ombrelli che riparano davvero sono quelli che regalavano tempo fa con i punti della benzina. Da portare con due mani, belli grossi e con le stecchette di legno. Ma non li regalano più perchè hanno capito che tanto tutti se li dimenticano nei portaombrelli dei negozi, sotto la metro o alla fermata dell'autobus. E nessuno li riprende per paura di ridimenticarlo a sua volta, così il suolo terrestre si stava riempiendo di ombrelli con su scritto Q8 e tutti continuavano a bagnarsi lo stesso. Proprio in risposta a questa teoria non ho mai avuto un ombrello. Torniamo a noi:  pioveva da giorni e io da giorni mi bagnavo. Poi all'improvviso, mi ero sentita stanca di quello sgocciolare, della cappa di infelicità e dello sforzo per evitare gli ombrelli altrui. Ferma sotto un portico frugavo nella tasca del cappotto, indovinando con le dita  un mucchietto di monetine di rame che non bastavano certo a prendere la metro.  Ho fatto tre passi fino all'edicola e un bambino davanti a me chiedeva al giornalaio due pacchetti di figurine Panini che non contenessero doppioni. Lui glieli sceglieva con cura come se riuscisse a guardarci attraverso per non deludere il poveretto. Io ho alzato lo sguardo al cielo e.. tac! qualcosa era cambiato nei passi dal portico all'altro ciglio del marciapiede. Di colpo. Aveva smesso di piovere  e sotto un pezzetto di cielo azzurro s'era alzato un vento che sembrava prenderci tutti in giro. Tra i capelli e sotto le gonne. Dolce e curioso. Ho detto all'edicolante che volevo un biglietto per la metro. Lui è rimasto fermo a odorare l'aria e m'ha detto :«Strano. Che l'inverno sia finito proprio in questo istante?» Io ho annuito, come a far la figa, fingendo sensibilità paranormali e ho detto :« Pare di sì». Poi un gabbiano sbucato da chissà dove ha planato basso tra i palazzi della periferia.
Mezz'ora fa, pioveva da giorni.
L'inverno è passato.
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Un caffè con bellatrix74 alle ore 02:46
lunedì, marzo 03

Una delle cose belle della vita è che non sai mai cosa ti farà davvero commuovere.



Se parliamo di pianti ( e mai rimpianti), signori miei, io sono una professionista. Piango molto e per diverse cose, anche perchè fa bene alla pelle e subito dopo ci si sente più magri. Nelle ultime due settimane ho pianto per qualche film, per un po' di stress, perchè devo pagare l'Iva e io l'Iva me la sono già spesa, per una telefonata che segnava la fine di qualche cosa, per una botta contro la pediera del letto, ma soprattutto per un motivo fisiologico: il sonno. Due settimane, 840 ore,  di cui ottanta di lavoro pagato, 24  tra traffico e metro, 30 tra fornelli e stoviglie e circa 600  passate a imparare tutto quello che c'era da sapere su: web radio, inidirizzi ip, ip pubblico, statico, localhost, porte configurabili, router da buttare,  server, siae, roc, numeri, conti, archivi, rotazioni, collegamenti hardware, software, siti internet, dreamweaver, aruba, nuke aruba...insomma, tutto. Imparare, capire, comprare, digitare, fare. In due settimane ho dormito sì e no 40 ore. C'era un tempo in cui le dormivo in tre giorni, ma a quel tempo lì stavo ancora aspettando che ciò che volevo piovesse dal cielo. Non ho contato le lacrime scese a ogni sbadiglio.  Poi un paio di giorni fa, finalmente, alle sei di mattina,  ho finito. Tutto collegato, sito internet impostato, archivio almeno arabattato, jingles fatti e montati. Ho lasciato acceso uscendo per andare in radio (quella con cui mangio) sperando che al mio ritorno la sera girasse ancora l'altra radio (quella con cui sogno). Ho acceso lo schermo e ho letto il numero tre sotto la casella: persone on line! C'erano tre persone che in qualche parte del mondo mi avevano trovato non so come e da dieci minuti ascoltavano... Cosa? Cosa ascoltavano? Ho alzato il volume delle casse e c'erano gli Smiths. There is a light that never goes out. Ho ripensato ad un pomeriggio a Pesaro, in diretta, con Lorenzo e Carlo in studio con me, che parlavamo di cosa è davvero la radio, di come fosse bella quella canzone, di come fosse giusto metterla su, anche se non era "in mood" perchè tanto ci avevano già licenziato e di più non potevano fare. E Lorenzo l'ha cantata tutta a squarciagola. E io anche. E Carlo l'aveva scelta apposta per noi, per quel momento e per chi ci ascoltava. Mi mancano Lorenzo e Carlo. E anche gli altri come noi,  che non capiscono più questa strada fatta di sensi unici, deviazioni e corsie preferenziali.
There is a light that never goes out.
E usciva dalla mia radio. Sperò sarà una buona radio, solo questo. Piccola, per dieci persone magari, ma onesta e vera.
There is a light that never goes out.
Ecco, questa è la storia della lacrima che mi sorprese in un pomeriggio di febbraio nel 2008, quando ci fu un inizio.
Il futuro arriverà.

www.wasabiradio.com

N.B. Ora si sente anche per gli utenti Pc, problema risolto. E' in fase di prova, quindi se vi capitasse di sentire canzoni che staccano, equalizzazioni sbagliate etc sappiate che sono io dall'altra parte che faccio le prove :-)
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