Un sorso di caffè con bellatrix74 alle ore 19:01
domenica, 11 maggio 2008

Lost in the supermarket.


Era inevitabile credo. L'obiettivo in realtà era piuttosto presuntuoso: riuscire al primo colpo a fare la spesa perfetta nel nuovo "solito supermercato".
Il nuovo "solito supermercato" è sempre in dotazione con una nuova casa, così come sono in dotazione anche la nuova "solita tabaccheria" e il nuovo "solito bar". Ma il supermercato è di più. E' fondamentale, importante è la prima immagine che ti tornerà in mente di quella casa se un giorno la lascerai.
Cambiare "solito supermercato" è persino più impegnativo che cambiare casa e servono molte settimane di assidua frequentazione prima di riuscire a fare la spesa perfetta, cioè  quella che fai, senza lista, senza dimenticare nulla, seguendo il percorso giusto e soprattutto, come nei labirinti della settimana enigmistica, passando una sola volta nella stessa corsia, prima di scegliere la cassiera più veloce e di tirare fuori persino il portamonetine con dentro i due e i cinque centesimi.  Stamattina di buon'ora ho deciso di tentare una soluzione preventiva e dunque, senza uno straccio di lista, sono andata in missione esplorativa in quello che tra due settimane sarà il mio nuovo "solito supermercato". Così eccomi qui, alle soglie del mio ottavo trasloco, decisa a non dichiararmi del tutto sconfitta fino a quando non avrò trovato il sale grosso senza chiedere aiuto a qualche indigeno. E mentre vago tra gli scaffali mi lascio prendere dalla nostalgia per i miei sette vecchi "soliti supermercati". Il primo è  quello della spesa con la mamma, quello che non si scorda mai e ha l'odore del cioccolato kinder e dei profumini alla vaniglia che metti nel carrello quando lei non guarda. Ci torno almeno una volta a settimana a contrallare che non abbiano spostato nulla. Poi c'è quello in cui non ho mai più messo piede, quello al centro storico di un paesino in cui ho vissuto: è stato fondamentale per la mia crescita imparare a convivere con le vecchiette che ti speronano il carrello pur di capire da dove sei sbucata tu, che non sei figlia di nessuna persona di loro conoscenza. Andai via dopo un anno, poco prima di  Natale e la mia più grande soddisfazione fu quella di prendere l'ultimo pandoro in offerta, sottraendolo alla moglie del sindaco. Fu come guadagnarsi la cittadinanza onoraria. Dopo di quello ricordo il discount della prima convivenza. Ogni giorno nel camminare lenta dallo scatolame sottomarca ai biscotti imitazione del Mulino Bianco, mi chiedevo cosa ci stessi facendo lì. Non nel supermercato ma in quella vita. Da single felice frequentavo un supermercato per singles tristi. Uno di quelli che chiudono alle undici di sera, in cui tutto è venduto a monoporzione e con le cassiere che ti imbustano la spesa. La più alta concentrazione di persone che cercano di mascherare l'infelicità con la scusa di essere liberi. Era una grande occasione per studiare i trentenni del terzo millennio, ma soprattutto il direttore era un figo. Single troppo convinto però.  Finito l'esilio del cuore mi trovai a fare i conti con l'ipermercato nel centro commerciale più grande d'Europa. Dopo sei mesi finalmente trovai il tonno. Non ho mai capito perchè all'ingresso non distribuissero le mappe.   Invece mi abituai subito all'ipermercato di Pesaro. Facevo la spesa prima di tornare a Roma ogni venerdì. Era il momento più bello della settimana. Mi manca molto l'odore delle pesche che compravo per il viaggio. L'ultimo è stato il peggiore in assoluto. Ma non è colpa del supermercato è che le zucchine non possono costare due euro al kilo, cazzo.
Non so come sarà  questo nuovo "solito supermercato". L'unica certezza è che come sempre non farò la tessera, anche sele cassiere si stancheranno di chiedermi perchè. Dirò: no, non ce l'ho la tessera, non la voglio fare e non mi interessa il completo letto dei puffi.
La tessera del supermercato è il massimo esempio di appartenenza.
Ho cambiato otto case in nove anni: non appartengo neanche a me stessa io. Sono un gatto, ecco cosa.
Miao.
Permalink ? commenti (37)?commenti (37)(popup)
categoria :


Un sorso di caffè con bellatrix74 alle ore 22:43
mercoledì, 07 maggio 2008

Emancipazione!



Ma quella vera, quella che ha sapore di libertà, quel concetto Nietzchiano di superamento di sè stessi tanto strumentalizzato. Emancipazione dalle catene che mi tengono ancora lì, ferma, a guardare l'orrizzonte nella speranza di poter cambiare ancora una volta, domani. Non si cambia mai davvero. L'unico modo per evolversi è dichiarare la propria indipendenza in modo definitivo da ciò che ci opprime.
E per questo oggi, durante le  consuete due ore di traffico per arrivare a lavoro, ho fatto la lista delle cose da cui mi emanciperò. Ho già vinto sulle sigarette, sul rum e cola e sulla "singletudine".

PROGRAMMA DI EMANCIPAZIONE

1. Emanciparsi da Robert Redford: Non facile. Fallito il tentativo di sostituzione con (nell'ordine) Brad e George. Sto lì, inchiodata con un espressione da ebete, a ripetere sottovoce tutte le battute del film, concentrata come fossi in sala di doppiaggio, mentre lo guardo e mi ripeto che dovrei andare a dormire. Tanto quel film è di vent'anni fa.  Robert, restituiscimi le mie ore di sonno. Tu non esisti Robert. Comunque non c'hai più trent'anni . Dunque, Robert, mi emanciperò da te. Neanche mi piaci, guarda.

2.Emanciparsi dalle Micra Nere: Ovvero liberarsi di un automatismo acquisito ormai troppo tempo fa. Un amore di quelli da farcisi male, mi costringeva al sobbalzo con conseguente tachicardia, ogni volta che vedevo passare una macchina che,secondo un principio statistico discutibile,  avrebbe potuto essere quella che guidava lui. Così mi lanciavo all'inseguimento per poter leggere la targa. Mi sono emancipata da lui, ma non da quella reazione idiota. Sono stanca di seguire macchine di gente che non conosco, senza nessun motivo. Inoltre il mio cuore invecchia e a ottant'anni questa strana abitudine potrebbe diventare persino pericolosa.

3. Emanciparsi dalle pulizie: la disoccupazione era un toccasana per la mia casa. Adesso no ho più tutto quel tempo libero. Non ne ho neanche per scrivere, dunque se fino ad oggi , dopo dieci ore di lavoro mi costringevo a lunghe maratone da Cenerentola , da domani non pulirò più, perchè voglio fare anche altre cose nella vita. Così mi emanciperò dagli acari ignorandoli, dallo sporco convivendoci, dall'annerimento delle fughe tra le mattonelle, colorandole una volta al mese con l'uniposca bianco. Voglio essere zozza e felice.

4. Emanciparsi da Paolo Fox,  Branko e Sirio: Sarà sufficiente ammettere che se le posizioni di stelle e  pianeti non sono opinabili, non può essere opinabile l'interpretazione di queste. In sintesi: tre capocce tre oroscopi. Mi emanciperò dalla necessità di leggerli tutti e tre per scegliere quello che mi conviene di più. Dunque, per risparmiare soldi e tempo, mi farò l'oroscopo da sola.  In una seconda fase mi emanciperò dall'oroscopo in generale.

5. Emanciparsi dal governo: Bossi alle Riforme, Maroni agli int, Bondi ...alla cultura: non mi interessa - inspirare - Bossi alle riforme, Maroni all'interno, Bondi...alla cultura: non mi interessa - espirare -
Bossi alle riforme, Maroni agli interni, Bondi...alla cultura: non mi interessa - inspirare - Bossi alle riforme, Maroni agli interni, Bondi...alla cultura: non mi interessa .... (ripetere fino al completo stordimento). BONDI ALLA CULTURAAAAAA!!! Non mi interessa. Non mi interessa. Non mi interessa....

La lista è ancora lunga ma al punto cinque mi sono fermata. Ho iniziato la respirazione Zen e ho messo su un disco.
Non ce la farò mai. Ammetto che il rum e cola esercita ancora un certo fascino su di me. Non ce la farò mai. Bossi, no!...Bondi alla cultura... Non ce la farò mai.


Permalink ? commenti (23)?commenti (23)(popup)
categoria :


Un sorso di caffè con bellatrix74 alle ore 22:11
martedì, 29 aprile 2008

Non hai ancora diciotto anni, e ti senti un gran figo al volante della tua macchinina nera da guidare senza patente? Hai quattro ruotine tutte tue, dalla carrozzeria metallizzata con i particolari cromati e l'adesivo Pinko indispensabile per fare quattrocento metri fino al baretto di Ponte Milvio, e incastrare il tuo lucchettino sul ponte? Lascia che ti sveli una cosa importante a proposito di quest'uomo...



Spero tanto che tu sappia chi è.
 Non mi soffermerò sul genio, sulla sensibilità, sul talento,  sulla maestosità della sua persona e sul carisma ( parola abusata sempre più spesso citando artisti emergenti che di lui non hanno neanche l'unghia dell'ultimo dito del piede sinistro), piuttosto ti rivelerò un particolare sconcertante della sua vita, che a mio avviso, spiega in parte la sua grandezza. Lui, quest'uomo, Freddie, non prese mai la patente. Non che non ci avesse più volte provato, semplicemente di guidare proprio non gli riusciva. E così, convinto del suo estro, dell'impossibilità di limitare il suo spirito artistico con segnali, direzioni e cartelli, si convinse di quanto fosse importante non tentare la strada se non con i suoi piedi. Per la sicurezza altrui soprattutto ma anche per il proprio piacere. Sì, perchè ci sono dei lati positivi nel non avere ancora la patente. Guardati intorno. Respira. Goditi il tuo tempo. Cammina fino alla fermata del tram. Fatti venire a prendere da tuo padre, chiedendogli di aspettare cinquecento metri più giù per non farti vedere con lui dagli amici. Cogli tutte le occasioni che ti si presentano per fare l'amore con la tua ragazza. Le feste in casa degli amici si organizzano per questo motivo, che diamine! Oppure conta i giorni fino a quando partirete per andare in campeggio. Anche perchè non mi dire che dentro quei trabiccoli ci si fa l'amore. Va be' che le ragazze del 2008 pesano sì e no 16 chili, ma non mi risulta che siano snodabili come le Bratz. Aspetta le giornate di sole per andare in due sul motorino fino al mare. Oppure vai al "Muretto" vicino casa tua. Esisteranno ancora i "Muretti" no? Esisteranno ancora gli amici no?Anche chi ha i genitori con quindicimila euro da buttare per un monopattino con gli sportelli, ce li avrà gli amici no?  Insomma goditi la vita. Potrebbe essere la mia prima paternale da vecchietta, ma non è così: te lo dico solo perchè tra te che guidi la macchinina, Freddie, e me che guido la macchinona non c'è differenza. Siamo incapaci tutti e tre, intrepidi e allo stesso tempo davvero pericolosi per noi stessi e per gli altri. E' forse la prima volta che lo ammetto: darmi la patente è stata un'imprudenza che la prefettura doveva risparmiarsi. Non ho testa, sto sempre persa tra le mie canzoni, le poesie, le fantasie i film. Insomma,  io ho deciso di smettere. Se smetti pure tu gli altri possono circolare tranquilli. Detto ciò, ti firmo il CID.(fanculo).
Permalink ? commenti (41)?commenti (41)(popup)
categoria :


Un sorso di caffè con bellatrix74 alle ore 20:59
martedì, 22 aprile 2008

Quel che vedo da qui non è nuovo: contemplo la perfezione.



Il segreto di questo mondo così perfetto sta nella convivenza pacifica delle differenze. Nel contrasto degli stati d'animo e dei colori. A pranzo siedo sempre qui, davanti al teatro dei burattini, su al Pincio, aspettando che da un momento all'altro l'orologio ad acqua, ricominci a funzionare dopo anni. Venivamo sempre a guardarlo, anni fa, io Cinzia e Vale. Ho appena chiuso la chiamata su Skype con Valentina. Qui oggi la primavera si ribella a tratti. Forse si ribella anche a pochi kilometri da Kabul, dove si trova lei adesso, che poco fa mi sorrideva dallo schermo del computer, su cui potevo sbirìciare il suo camice verde, uguale in tutto il mondo. Anche dove c'è la guerra ci sono donne e uomini col camice verde che fanno nascere i bambini. Anche quello, per fortuna. Convive in me la stima verso di lei e l'odio per averci lasciati qui ad aspettare che torni. Leggevo chiaro, in quel gesto così affettuoso e allo stesso tempo così  tecnologico del rispondere al segnale verde di chiamata,   la perfezione della convivenza tra il mio computer e l'orologio ad acqua fermo. Non si escludono l'un l'altro. Come quelle nuvole laggiù, che s'avvivicinano a dirmi che è ora di rientrare, non escludono le note di questa canzone di Tom Waits, che passa tra i rami delle acacie, a conciliare i baci di due ragazzi che resteranno così fermi, anche tra poco, sotto il temporale. Ce ne erano altri poco fa, seduti dietro al busto di Petrarca. Hanno scritto su una panchina qualcosa, tentando di non farsi vedere. Mi piace pensare che un giorno torneranno a leggere quella frase, anche se non insieme. Sul viale degli ippocastani c'è una scritta che lasciai io sedici anni fa. Si legge ancora. Appena appena, ma si legge. E se ne sta ancora lì accanto alle frasi d'amore per il cantante dei Tokio Hotel. Più giù però, ho notato due ragazze. Stavano abbracciate e tranquille ad aspettare la pioggia, ma lontane dal resto, come se non potessero entrare nel quadro, come se pensassero di stonare. Una signora faceva jogging, nel tentativo di risolvere un grave problema di cellulite e bruttezza. Cambiando direzione, dopo aver girato più e più volte intorno all'orologio per assicurarsi che davvero fossero (OH Mio DDio!) due donne, ha ignorato le lingue dei due innamorati ,ha fatto finta di non vedere l'UniPosca delle adolescenti neo-vandale per colpa del cantante dei Tokio Hotel, ha superato con un balzo poco atletico la rete dietro quale iniziano i lavori di restauro, è andata dritta in faccia alle due ragazze unite solo dall'abbraccio,  e muovendo la bocca, ha parlato per distruggere la perfezione del mondo che guardavo:
«Ma non vi vergognate? Che Schifo! Questo è un luogo pubblico!»
Io ho pensato a Kabul, alla disoccupazione, alla tristezza delle favelas in Brasile, alle nuvole grigie sempre più vicine, all'adolescenza e alle note di Tom Waits che canta della primavera che arriva. Ho pensato che ad essere così idioti, cattivi e inutili, si fa un torto all'orologiaio. E che forse è per questo motivo che l'orologio è ancora fermo.
E poi ho pensato che la cellulite della bruttona col tempo peggiorerà persino. Ma il dispiacere per le lacrime di una delle due ragazze che ho notato mentre si allontanavano umiliate, mi ha soprattutto fatto pensare che è ora che la primavera arrivi davvero. Ma solo per chi la merita.
Permalink ? commenti (39)?commenti (39)(popup)
categoria :


Un sorso di caffè con bellatrix74 alle ore 00:56
venerdì, 18 aprile 2008

Onestamente? Gli uomini sono pieni di problemi, perchè il mondo è pieno di donne. E sopportano. Per questo li stimo tanto.



A volte riesco ad uscire dal quadro, come in quelle scene da film in cui si sente il vociare confuso in sottofondo e nella testa del protagonista risuona una voce fuoricampo. In quei momenti guardo me stessa e le altre donne mentre la voce dice: "E basta, insomma!".
Ragazze, abbiamo fatto appena in tempo a prendere in mano la siuazione che stiamo mandando il mondo a rotoli. Non serviva di dirlo a tutti che siamo più veloci. Andare, fare, concretizzare, costruire, capire, imparare, vedere, tutto d'un fiato, sempre rispettando il principio della contemporaneità dei pensieri. Ma se fosse un mondo solo di uomini? Te lo immagini? Se ne starebbero tranquilli. Berrebbero birra e parlerebbero di sentimenti. Magari scriverebbero poesie, tra una partita e l'altra. Avrebbero giorni senza ore e mangerebbero sempre tutti insieme, nei piatti di plastica. Se qualcuno li avesse inventati. Di sicuro avrebbero inventato il telefono la radio la tv, e forse sarebbero arrivati a definire l'antimateria perchè non avrebbero avuto nessuno a mettere loro fretta, o a dare ordini o con cui competere per dimostrare. I piatti di plastica invece  non li avrebbero inventati perchè che se ne fa un mondo di uomini di una cosa pratica, quando ha tutto il tempo che vuole per fare qualunque cosa? Avrebbero fatto musica e non l'avrebbero venduta mai. Avrebbero un fegato da buttare dopo trent'anni, ma forse in un mondo di soli uomini, il fegato non avrebbe avuto così tanto peso in termine di salute fisica. Ammesso che avessero trovato, per un incidente, il modo di riprodursi, le generazioni successive, non sarebbero state così tanto diverse col passare del tempo. Non sarebbero combiati, lasciando al caso il compito dell'evoluzione, e garantendo ai nipoti le stesse cose belle che avevao i nonni. Sarebbero molto brutti, ma sarebbero felici.
Adesso invece, visto che ci siamo sempre noi a ricordare loro che bisogna inseguire la felicità, sono infelici e depressi. Insoddisfatti e affetti da nevrosi per puro spirito d'imitazione. No, non credo che ci sia stato vantaggio nel convincerli che dovevano curarsi le mani mettendo lo smalto trasparente. Che dovevano essere all'altezza di ogni situazione. Non c'è vantaggio per nessuno nello spingere così, ogni giorno, come facciamo noi.
Io faccio il tifo per Bill Clinton, che secondo me di notte prega perchè vinca Obama.  Io tifo per loro... però scusate, non resisto, è più forte di me, ora vado, che c'ho un milione di cose da fa' e non ho tempo, perchè devo smontare e rimontare casa... e poi finire un lavoro... e poi costruire un igloo per l'estate... e poi comporre una sonata per pianoforte... e poi andare da mamma... e cucinare per tutta la settimana.. e bla... bla... bla... bla...
Permalink ? commenti (30)?commenti (30)(popup)
categoria : autocritica, donne du du du, domatori di rinoceronti


Un sorso di caffè con bellatrix74 alle ore 20:42
lunedì, 14 aprile 2008

Effettivamente in Brasile ci sono i culi brasiliani.

culobrazil
Non tutti i culi in Brasile sono culi brasiliani, ma alcuni lo sono indiscutibilmente. E' sempre un peccato testimoniare quanto un luogo comune sia giustificato, sarebbe molto piu' bello, al ritorno da un viaggio, raccontare di scoperte e nuove riflessioni. Tuttavia, nei miei giorni di lavoro e San Paolo, mantenendo sempre altissimo il livello di concentrazione pur di comunicare (in qualunque lingua che non fosse il portoghese), mi scontravo sempre con questo pensiero becero. Il culo brasiliano attira la tua attenzione che tu sia uomo o donna, in qualunque posto si trovi e qualunque sia la cosa che stai facendo. La perfetta rotondità lo inserisce nel paesaggio tropicale quasi fosse un frutto colorato. La caratteristica principale del culo brasiliano è la capacità indiscussa di resistere all forza di gravita', di essere pesante perchè di massa non contenuta e di riuscire tuttavia ad ondeggiare leggiadro. A cosa serve il culo brasiliano? A rendere la permanenza più piacevole a chi si rende conto di quanto quel paese sia un posto da cui fuggire e non verso cui fuggire. A me del Brasile non piaceva l'aria. E intendo aria, aria: N2, O2, Ar… insomma, l’aria. Ti sta addosso, è dura, umida, odora di discriminazione, di dislivello, di smog come non si immagina, di indifferenza nei confronti della povertà, di voglia di sorridere a tutti i costi pur di dimenticare o, per qualcun altro di dimostrare la propria ricchezza per un complesso di inferiorità verso altre parti del mondo. Un’aria che ha dato origine al concetto di Saudade. La Saudade non è nostalgia del passato, la Saudade è nostalgia di qualcosa che non si ha e forse non si avrà mai. L’aria in Brasile non è un aria felice, insomma. Me ne sono definitivamente convinta tornando in Europa, e amando ancora una volta di più gli odori dei nostri paesi, delle nostre città. E l’Italia, con tutti i suoi difetti, appare a chi l’abbandona, anche per pochi giorni, il posto davvero più bello del mondo. Cultura, storia, arte, letteratura, parole, colori. C’è nella nostra aria tutta quella bellezza che il resto del mondo ci invidia.
Però…
Però…
Come i culi brasialini distolgono l’attenzione dall’aria di tristezza, così in Italia, la tanta bellezza è compensata all’opposto dall’esistenza degli idioti italiani. L’idiota italiano è un fatto. Non tutti gli italiani sono idioti, ma alcuni idioti in italia, sono tipicamente idioti italiani. Così tutta la bellezza, tutte le nostre possibilità di aria felice, se ne vanno nel cesso con gli odori stagnanti dell’idiozia. Che purtroppo trascinano nel cesso anche tutti gli altri. Derisi, umiliati, idioti appunto, saremo zimbello di un’Europa che ancora una volta ci additerà come il bel paese, ingovernabile, ingovernato, senza leggi, superficiale, che parla con leggerezza di separatismo e razzismo, senza pudore, rappresentato da chi pur di non essere processato per i suoi reati, ci ha fatto credere che l’aria che respiriamo sarà bella solo quando acquisteremo tutti l’additivo profumato che ci consiglia lui. E naturalmente è un additivo che produce una sua azienda.
W l’Italia.

Permalink ? commenti (31)?commenti (31)(popup)
categoria :


Un sorso di caffè con bellatrix74 alle ore 23:23
sabato, 05 aprile 2008

Te lo do' io il Brasile... in tazza grande, naturalmente!



Dunque, ricapitoliamo: domani parto e vado in Brasile. Facile. Sto lì una settimana, vado a conoscere la direzione artistica della mia radio, e in sei giorni a imparare quello che fanno lì per capire cosa fare qui. Insomma, domani prendo un'aereo,  scendo a Zurigo dopo un paio d'ore, salgo su un altro aereo e dopo solo altre dieci ore scendo a San Paolo. Facile.
 Conosco ben tre parole in portoghese: radio, musica e cafè.
Direi che sono sufficienti.
La cosa più bella in tutto ciò sta nell'esperienza di essere ricevuti all'aereoporto da un autista con in mano un cartello con su scritto il mio nome. Qualche volta mi sarei fermata volentieri ai gate d'uscita per godermi la dinamica di quegli incontri così strani. Gli occhi strizzati di chi cerca il suo nome scritto su un cartello, l'espressione sperduta di chi il cartello lo tiene in mano e poi l'incedere lento l'uno verso l'altro. Mi sono sempre chiesta: ma come fa quello che tiene il cartello ad essere sicuro che la persona che arriva sia quella giusta? E se invece è solo uno che vuole scroccare un passaggio e magari pure il soggiorno? Tante volte avrei voluto provare: « Ca-te-ri-na! Sì, salve sono io Caterina. Andiamo. » L'emozione dell'ignoto.
Più o meno la stessa che avrò arrivando a San Paolo  lunedì mattina.
Ma-che-ne-so-chi-me-lo-fa-fare-a-me-
di-andare-in-Brasile-così-su-due-piedi?
Millanto sicurezza da due giorni, per entrare nei panni della donna in carriera che  tiene con classe il palton appena appena posato sulle spalle, come se persino il palton avesse timore di lei e alla fine della riunione col capo, prende la ventiquattr'ore e dice:« Benissimo, parto domani mattina. Mi faccia fissare un appuntamento con il direttore generale a San Paolo per lunedì alle 13, ora locale. Per i dettagli può contattare la mia segretaria personale.» Quanto vorrei aver imparato da Melanie Griffith in quel film che so a memoria...
E invece sembro più l'imitazione comica di  Monica Bellucci:
«Pronto ma'...sta tutto a posto. Vado a San Paolo ma'... si, domani. No ma', no San Paolo a Garbatella, San Paolo in Brasile. Sì ma', m'aspettano col cartello. Speriamo bene ma', che sta vita me mette n'ansia. Ciao ma'.»
Ciao ma'.



Permalink ? commenti (28)?commenti (28)(popup)
categoria :


Un sorso di caffè con bellatrix74 alle ore 01:40
domenica, 30 marzo 2008

Venne Aprile e fu un fiorire.



C'era il nuovo ovunque. Non c'erano ancora pensieri, tanto nuovo c'era. Come non avessi mai vissuto piansi e iniziai. Mi toccai la testa contando tre centimetri di capelli e decisi che li avrei lasciati crescere fino a quando non fossi giunta a destinazione. Scaldai i muscoli pensando che sarebbero servite buone gambe, sebbene da subito mi fosse chiaro che il posto da raggiungere non fosse lontano nel mondo, ma lontano dentro. Da qualche parte, dentro. Ad Agosto terminai di distruggere tutto quel che c'era stato. Cancellai persino le impronte. Ad Ottobre mi innamorai e fu un amore da adolescente, perchè quando inizi a crescere ti serve un amore così, uno che non hai, uno che sarà tuo per sempre. Un amore che ti faccia così male da poterci sanguinare su tutti i desideri. E crescere.  A Natale incontrai altre viandanti e insieme costruimmo castelli di sabbia. Venne il mare e li portò via. Ma mi restò l'odore di speranza. A giugno rischiai, lasciai ogni cosa e vissi su una spiaggia. In quattro mesi vidi tutti i sorrisi che non avevo visto in trent'anni. In quattro mesi ebbi tutto l'oro che un re non avrà mai: ebbi la vita. Venne l'autunno e la portò via. Ma mi restò l'odore di felicità. A settembre costruii un tetto; da lì ci vedevo il mare che avevo lasciato, fecendo piani su come continuare il cammino. A Dicembre il mio cuore morì. Se ne stette lì morto sul pavimento, per qualche mese. Nel frattempo io scavai più in fondo, e in fondo e in fondo. Bevvi molto. Parlai troppo. Piansi senza lacrime e mi guardai l'ombra per vedere se m'avesse mangiato. Ci fu tanto buio e non incontrai che me stessa, ma fu un incontro necessario. A Marzo conobbi mia sorella. Con lei camminai sorridendo e impastai torte di mele. Insieme colorammo l'aria perchè non ci piaceva così grigia com'era. Luglio mi sorprese mentre mi pettinavo i lunghi capelli e Settembre fu un bivio. Andai via. Tornai. Vissi un'estate di San Martino in pieno Novembre. Aveva i capelli di un angelo e gli occhi di un ladro. Rubò. Ma mi restò l'odore del pane. A Gennaio il mio cuore mi mise su il muso e smise di parlarmi. Così stetti un po' in silenzio anche io. Mi allenai per rompere il fiato e quando fui pronta, ricominciai il cammino. Lasciai il mio tetto. Ma  mi restò l'odore di casa. Arrivò di nuovo Novembre e fui pronta per mostrare lustrini e pailletes. Mi esposi e mi struccai, ogni sera a fine giornata. Capii che non erano le luci a dare calore. E quando lo capii, non fui più sola, perchè trovai me stessa. A capodanno, avevo tagliato un po' i capelli, ed ero esattamente al centro di me. In equilibrio. Poi lo incontrai e fu paura. Ma vinsi. Continuai a camminare, rallentando il passo di tanto in tanto, perchè in due è giusto così.
Sono passati cinque anni da quell' Aprile.
 I miei capelli sono arrivati alla fine della schiena.
 Non sono ancora a destinazione. Ma quasi.

Permalink ? commenti (38)?commenti (38)(popup)
categoria :


Un sorso di caffè con bellatrix74 alle ore 00:13
giovedì, 20 marzo 2008

Un giorno ti arrenderai e coglierai al volo la fortuna di un lavoro stabile, che ti porterà a star fuori casa undici ore al giorno e ad essere un nomade del pranzo e della merenda giù in centro.



Avrai una borsa in cui sistemare con cura succhi di frutta, crackers, portapranzo, sigarette e gomme americane, un pettine e un deodorante, un paio di calze e una confezione di Moment. Vedrai davanti a te la possibilità di accendere un mutuo a quarant'anni e ti sentirai, con soddisfazione, inserito nella società. Potrai finalmente rispondere alla domanda di chi ti chiede di cosa ti occupi e nei tuoi viaggi in metro leggerai "Leggo", insistendo sulle notizie di politica interna, cercando un solo buon motivo per continuare a sopportare quello schifo.
Quel giorno, ricorda:

 che tu abbia firmato un contratto come avvocato, architetto, commercialista, o come direttore artistico, l'unica cosa che davvero conterà nelle tue giornate sarà di non aver sbagliato la scelta delle scarpe.

Ti auguro di non scoprire mai quanto questo sia importante, perchè, se sbaglierai scarpe, anche una sola volta, in quelle undici ore di dolore e fatica, il tuo cervello si unirà al tuo cuore e alle dita dei tuoi piedi, e tutti insieme ti convinceranno che stai facendo una cazzata. E pure grossa.
Penserai ai piedi nudi sulla sabbia, di quando facevi il dj in riva al mare; alle babbucce di peluche che da bambino mettevi su alle nove di sera;  alle pantofole di quando eri disoccupato e giravi nudo per casa cercando qualcosa con cui fare colazione alle due del pomeriggio, agli anfibi gommati con cui saltellavi ballando i Placebo, con le unghie laccate nere; alle Nike in tutti i modelli e forme che conosci. Riuscirai ad elencarle in ordine alfabetico dalle Air Max Classic alle Wmns Tennis Plus e mentre ti immaginerai corridore in Patagonia dirai che la vita è altro, è la fuori, e che se potessi avere un paio di piedi nuovi correresti a prendertela. Chi ha inventato le scarpe che fanno male... non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù e quando muore va laggiù. Tra i tanti propositi di libertà in quel momento ti chiederai se non fosse stato meglio, invece di firmare quel contratto, sposare il figlio di Berlusconi. Ma poi penserai a quanto  sarebbe stato triste, stupido e deplorevole, avere lui come suocero e allora, scrollando la testa, dirai solo: «Speriamo di poter vedere gli amici stasera e bere una birra insieme. Anzi due. Facciamo tre. Fanculo al mutuo, al lavoro e alle scarpe. » Lascerai venti centesimi al tizio che fa l'elemosina daventi alla fermata di Piazza di Spagna, chiedendogli se anche lui voleva fare lo scrittore, e tirerai dritto.
Conservando il tuo cognome e con esso la tua dignità.

P.S per Pippo, anche se non c'entra nulla. Il giorno del coglione capita a tutti. Quel giorno in cui Francesca rinunciò a te, per lei fu uno di quelli.
Permalink ? commenti (48)?commenti (48)(popup)
categoria :


Un sorso di caffè con bellatrix74 alle ore 14:57
venerdì, 14 marzo 2008

E.T. Telefono Casa.
Casa. Casa. Telefono C-a-s-a.


casa

Va bene anche una casa senza telefono, che poi ce lo metto io. Senza comodini e anche senza tappeto, tie'... Ma che sia una "casa" e non una "mangiatoia". Con tutto il rispetto per le mangiatoie, che hanno dato un contributo fondamentale alla storia dell'uomo, ma che, anticamente nessuno aveva coraggio di affittare a ottocento euro al mese!
Insomma, ma te lo vedi ?
«Quanti siete? Due e uno in arrivo? E tra quanto arriva il bambino? Ah bene, tre giorni. Allora la cameretta non vi serve ancora... Qui è perfetto per voi! Sono 25 comodissimi metri quadri. No, dico: metri quadri, mica zeppole! Spostando un po' il bue sotto l'asinello c'entra anche un fantastico giaciglio in paglia. No, quello ce lo dovete mettere voi che io la mangiatoia  la fitto semiarredata. Il resto c'è tutto: questo meraviglioso lavatoio in fango, la doccia a manovella dal pozzo qui fuori, e soprattutto, per rispettare lo stile vintage con cui ho voluto arredarla, la zona cottura con le pietre focaie raccolte nel deserto. Mi raccomando attenti alle scintille. (...Che qui svampa tutto segno'). Vi vengo incontro con ottocento al mese, considerando la zona in cui si trova, un poo' decentrata ma sicuramente immersa nella natura. E' un affare, prendere o lasciare!»
Lasciare.
Questo bisognerebbe fare.
 Laciarli cuocere nel loro brodo. Lasciare a costo di tentare la vita da bohemien sotto le panchine. A parlarne sembra che il problema sia comune un po' a tutti, solo che mi chiedo, se in tutte le conversazioni anche occasionali si parla sempre di come sia impossibile trovare una casa da poterci vivere e non sopravvivere, dove stanno quelli che affittano? Forse si sono chiusi tutti insieme in una villa da nababbi a contare i dobloni in attesa del giudizio universale.
Io però, che sono un po' Candido l'Ottimista, ci credo ancora nella gente onesta, e so che da qualche parte  a  Roma, ci sarà una persona o due che siano disposte a riscuotere un affitto davvero onesto, per una metratura davvero decente, da una ... da una ... (scatta l'annuncio, attenzione!!)


Giovane coppia referenziatissimissima, sani principi, valori saldi e tanto affetto, buste paga più che regolari, cittadinanza italiana e anche extra-italiana, proprietà di linguaggio e personalità estroversa, voglia di vivere e possibilità di carriera. Cerca appartamento a Roma  arredato non da prendersi il tetano, con i muri senza muffa possibilmente, metratura che garantisca spazio vitale. Insomma, una casa. E vi ricordo che ottocento euro sono un milione e seicentomilalire quindi non ce li possiamo avere mai nella vita solo per l'affitto a meno che non iniziamo a rubare e siccome siamo di sani principi (vedi sopra) non inizieremo.Vi voglio tanto bene,  mettetevi una mano sulla coscienza.

P.S. Non è uno scherzo. Help me please.

Permalink ? commenti (26)?commenti (26)(popup)
categoria :

.